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lunedì 5 gennaio 2009

Due cuori e una giostra

La giostra della famiglia Faccio Gregori a Trento, dic. 2008
Fiere e feste - religiose o popolari – raccolgono da prima del Medioevo attrazioni e divertimenti: c’erano veggenti che prevedevano il futuro, come sibille, maghi e astrologi. E poi giocolieri, saltimbanchi e mangiatori di fuoco. Il loro luogo era la piazza. Oggi, che non viviamo la città e ci ammucchiamo nei centri commerciali, fiere e lunapark ci sembrano forse anacronistici: masse caciarone che ci attanagliano gola e fantasia col profumo dello zucchero filato… È così che durante le vacanze di natale ho potuto intervistare un giostraio – o meglio, come precisano i diretti interessati, un esercente dello spettacolo viaggiante. È con noi Manuel Gregori con la sua accogliente famiglia.
Mi hanno addirittura invitata nella loro roulotte…Seguitemi, andiamo a sbirciare il mondo da un carrozzone! Per prima cosa, chiedo a Manuel se è un mestiere che ha ereditato dalla famiglia. Manuel: Sì, da mio padre. La famiglia è attaccata a questo mestiere da più generazioni, coi teatri viaggianti, il circo, i primi cinematografi, anche se la radice è la famiglia di mia madre – la famiglia Zamperla. È abbastanza conosciuta. A un certo punto si è spaccata in due rami: metà è andata in America e l’altra è rimasta in Italia. Quella in America lavora come stunt-men, uomini cannone, spettacoli con le macchine. Anche tempo fa su MTV si è visto un Zamperla che si è fatto male, è stato sbalzato fuori dalla rete e quello lì è un mio parente. E quindi ha una discendenza lunga. Le prime giostre erano saltimbanco, giochetti truffaldini, spilli e ci si muoveva per fiera in fiera, da festa paesana in festa paesana. Diciamo un’attività molto nomade. Dopo, già con i teatri viaggianti, è nata una vena artistica e da questi sono nate le prime rudimentali giostre. Diciamo da idee banali, come pali e catene. Comunque hanno radici profonde, antiche. La storia di queste attività è lontana nel tempo. I documenti sono pochi e rari. Abbiamo qualche libro o raccolta di famiglia - io ho visto solo qualche speciale di telegiornale sui miei colleghi e basta.
DC: Tu hai iniziato da piccolo? Manuel: Sì, mio papà era qui di Trento, di Romagnano. Ho uno zio che lavora alla Whirlpool. Mia mamma invece era delle giostre. Mio papà quando ha sposato mia mamma ha iniziato questa attività. Prima aveva un’attività di imbianchino. Nel frattempo, arriva la moglie di Manuel, con il bimbo, piccolo, che ha bisogno di tornare a casa, e quindi la famiglia mi invita ad andare con loro e proseguire l’intervista in roulotte. Il carrozzone, lo chiamano. Mi guardo intorno estasiata, in questo lungo carrozzone dorato, arredato con gusto, caldo e accogliente – La moglie di Manuel con una punta di orgoglio mi fa vedere che c’è anche la lavastoviglie.
Poi Manuel prosegue «La famiglia itinerante è molto bella – ma richiede anche molta manodopera. La famiglia di mia moglie si chiama Faccio, è una famiglia storica, borghese e benestante, ma hanno sempre lavorato sodo. E hanno sempre difeso la categoria a denti stretti. Annoverano “grandi uomini” come li chiamiamo noi. Dicevo, mio papà, dal canto suo, voleva i figli con sé – e quindi io sono andato a lavorare con lui. Il legame famigliare di solito è molto forte, anche perché il figlio tende ad affiancare il padre nell’attività. Lavorando insieme nasce un grande attaccamento. È un’avventura, eh! Una missione ardua. Io ho fatto la scuola dell’obbligo itinerante. Ho un cugino che ha fatto il liceo scientifico, giurisprudenza e persino il dottorato, ma non riesce a entrare nell’attività di avvocato, perché non fa parte della categoria. Sai, qualche laureato ce l’abbiamo anche noi, anche se è una mosca bianca». Interviene la moglie: Io frequentavo 8 scuole all’anno! Il programma per me era sempre avanti o indietro. Ero bravissima: sono passata con distinto alle scuole medie, ma poi non volevo andare in collegio, volevo stare con la mia famiglia e fare le superiori itineranti era impossibile. Le chiedo com’era il rapporto con i compagni di scuola: «Buono – risponde - Eravamo la novità, c’era sempre molta curiosità. All’inizio. Poi ti mettevano da parte. Chi più chi meno, ovvio. A volte gli adulti dicevano “bambini, sono arrivati gli zingari”!» - «Ci confondono con gli zingari! Come in tutte le comunità, ci sono i buoni e i cattivi anche fra noi – ma non si salva nessuno dalla discriminazione!» A proposito di scuola, Manuel racconta che oggi come allora, i figli degli esercenti di spettacoli viaggianti cambiano spesso scuola. Di volta in volta ricevono un attestato che ne certifica la frequenza. Ora pare stiano cambiando la normativa, forse introdurranno un esame ad hoc per i figli degli esercenti degli spettacoli viaggianti, su base annuale.

La giostra della famiglia Faccio Gregori a Trento, dic. 2008

Manuel racconta poi che ogni famiglia viene riconosciuta con un tratto – per esempio, «noi siamo geniali ma folli. Io avevo uno zio che tanti anni fa si era arricchito con i cavalli. Ne aveva comprati 200. Poi è fallito. Comunque, le grandi famiglie sono rimaste poche. Per farti alcuni nomi: Zamperla, Cavaliere, Orlando. Mio nonno era di Margone, sopra Vezzano. Era figlio di una ragazza madre. E mia nonna era cresciuta “a erba e sassi”. Anche per questo il tasso di divorzi nelle nostre comunità è molto basso; 5 su 100, per dire un numero. La famiglia diventa un corpo e un’anima. Vi si tramandano storie e leggende, oltre al mestiere. Pensa, io ho un collega che quando racconta storie che risalgono a prima del 1914 parla in tedesco. Ovviamente, non è tutto rose e fiori. Come vanno, i guadagni, con la crisi? E poi com’è, questa vita nomade – così diversa, così lontana? Lo saprete nella 2° parte.

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