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martedì 1 novembre 2011

Intervista a un militare di professione dell'Esercito Italiano



dopo l'assaggio di qualche mese fa, in coincidenza della festa delle forze armate la Donna Cannone (e chi sennò?) vi offre l'intervista completa ad un militare italiano, che ringraziamo.

Per capire se una voce dalle stellette sia o no quella di un Ufo.


Intervista a un militare di professione
dell'Esercito Italiano

Max, 38 anni, Sottufficiale dell'Esercito. Salernitano, lavora a Napoli. 



le domande del Comandante Nebbia

CN: in che teatri è stato impegnato?
Max: Sono stato in Bosnia nel ’96, quattro volte in Kosovo tra il 2000 e il 2003 e in Iraq nel 2004.


CN: quali incarichi ha ricoperto?
Max: In Bosnia non ero ancora in servizio permanente, ho svolto per lo più servizi di guardia al nostro Compound.
In Kosovo ho ricoperto incarichi vari, dalla gestione dei gruppi elettrogeni all’interno della base e nelle varie postazioni a difesa di installazioni sensibili sparse per il territorio di nostra competenza, all’addetto agli acquisti e quindi ai contatti con i rivenditori locali, cosa che mi ha permesso di girare parecchio e di conoscere moltissima gente del posto. Mi occupavo anche della retribuzione del personale civile locale che lavorava nel nostro accampamento. Con alcuni di loro sono in contatto ancora oggi.

In Iraq, ero addetto alla Cellula S1 (Personale) ed ero in giro spesso a seguito di un mio superiore a cui facevo da interprete dall’inglese, nel corso dell’affiancamento con ufficiali dell’esercito iracheno.


CN: ha partecipato ad azioni a fuoco?
Max: Io personalmente mai, ho solo sperimentato la tensione che si generava ogni volta che si usciva dalla base.


CN: quali differenze ha riscontrato nella reazione delle varie popolazioni alla presenza di militari stranieri sul territorio?
Max:In Bosnia, la guerra era appena finita. Non c’era molta gente in giro e quelli che c’erano erano piuttosto diffidenti. I contatti più frequenti erano con i bambini che venivano a chiederci un po’ di cioccolato o qualche merendina.
In Kosovo, gli albanesi erano in genere amichevoli, la nostra presenza in qualche modo li faceva sentire al sicuro.
In Iraq, è molto difficile da definire. La situazione era piuttosto complessa, sicuramente non tutti erano contenti di averci tra i piedi.


CN: Qual è, secondo lei, il livello di preparazione medio del personale italiano nei confronti del personale di altre nazioni?
Max:Al di là di Americani e Britannici, che sono a mio parere di un altro livello, credo che il nostro grado di preparazione generale sia piuttosto buono e in grado di confrontarsi tranquillamente con gli altri eserciti della coalizione.


CN: Ci dà un'opinione sulla qualità dell'equipaggiamento e sulla sua adeguatezza nelle varie situazioni?
Max:La qualità è sicuramente migliorabile e non sempre è risultata pienamente adeguata alla situazione, ma si sa, noi italiani siamo abituati a fare di necessità virtù.


CN: Ci dà un'opinione sulla capacità delle forze armate di valorizzare l'esperienza accumulata nei teatri di impegno o se questa viene dispersa con i congedi o con l'impegno del personale esperto in funzionalità impiegatizie?
Max: Credo che la maggior parte del personale delle forze armate abbia accumulato una notevole esperienza nell’ambito dei teatri operativi e tale esperienza può tornare utile sia per indirizzare i più giovani, sia per affrontare le nuove sfide con maggiore sicurezza e consapevolezza. I congedi e i cambi di destinazione del personale esperto ritengo che non possano inficiare su tale bagaglio di esperienza, se non in minima parte.


CN: Ci dice il livello di impiego dei private contractor e il tipo di missioni affidate a questo tipo di professionisti?
Max: I contractors si occupano in genere della protezione di personaggi di spicco che a vario titolo circolano per il teatro. Sono certamente dei professionisti molto validi, ma noi abbiamo delle regole d’ingaggio ben precise, dalle quali non possiamo prescindere. Loro, probabilmente, hanno una maggiore libertà di movimento e di azione.






le domande di Poldino


Poldino: Qual è la sua canzone preferita?
Max: Risposta difficile. Ascolto molta musica, è difficile isolare una sola canzone. Se proprio devo scegliere, dico “Pride” degli U2.


P: l'ultimo libro letto?
Max: E’ un periodo che leggo più libri contemporaneamente, iniziandone uno nuovo senza prima terminare la lettura di quello precedente. L’ultimo che ho letto dall’inizio alla fine è “Io cammino in fila indiana” di Ascanio Celestini.


P: Come reagisce la gente quando dice che fai il militare?
Max: Alcuni appaiono sorpresi. Forse il mio modo di fare e di muovermi fa pensare ad altro. Ma anche il modo della gente di considerare i militari dovrebbe evolversi.


P: Ha qualche militare in famiglia, anche in pensione?
Max: No, nessuno.


P: Che lavori ha fatto prima di arruolarsi? Qual era l’alternativa?
Max: Ero iscritto all’università, Lingue e letterature straniere moderne. Ho fatto qualche esame. Nel frattempo, per non pesare troppo sul bilancio familiare ho fatto vari lavori, dal barista alla gestione di impianti sportivi. L’alternativa era continuare gli studi e tentare di trovare uno sbocco in quel settore. Forse avrei potuto, ma è andata diversamente.


P: Cosa direbbe al se stesso ventenne?
Max: Di godersi di più la vita, è un’età fantastica che non torna più.


P: Durante il vostro addestramento, per resistere, vi vengono indicati degli integratori?
Max: A me non è mai successo, né ne ho mai sentito parlare.


P: A che serve saper marciare?
Max: Nella vita in generale, a poco; nell’ambiente militare ti dà un primo input di ordine e disciplina.


P: Cos’è cambiato tra le vecchie e le nuove generazioni di militari?
Max: E’ cambiato molto, direi. La rinuncia alla leva obbligatoria ha dato vita ad un nuovo esercito di professionisti, a mio parere molto più preparati ed evoluti.


P: Siamo al 7 settembre 1943: combatterebbe a fianco dei nazisti?
Max: Credo proprio di no.


P: Combatterebbe contro di loro, due giorni dopo?
Max: E’ più probabile.


P: Che lavoro vorrebbe facesse suo figlio?
Max: Quello che più lo faccia sentire realizzato. Per me non fa grossa differenza.


P: Che cosa la società civile dovrebbe prendere ad esempio da quella che non lo è?
Max: Non saprei. Bisognerebbe prima definire il termine “società civile”. Se intendiamo in tal senso la civiltà cosiddetta “occidentale”, ha sicuramente poco da insegnare e molto da apprendere.


P: Secondo la costituzione cosa fa l’Italia alla guerra?
Max: La ripudia.


P: Saprebbe definire il verbo ripudiare?
Max: In questo caso definisce il rifiuto “a priori” di un certo tipo di comportamento.


P: Parolisi è innocente?
Max: Non saprei. Non sono in grado di giudicare a distanza. La mia sensazione è che dietro ci sia qualcosa di più del “semplice” delitto passionale.

Una cosa al riguardo vorrei però sottolinearla: questo triste episodio è stato fortemente strumentalizzato per dare un’immagine dell’esercito che non corrisponde alla realtà. Le storie tra colleghi di lavoro, clandestine o no che esse siano, avvengono in tutti i contesti, soprattutto dove si vive a stretto contatto diverse ore al giorno. Ora, il fatto che tra quattrocento ragazze, qualcuna possa vivere una storia con il proprio istruttore, mi sembra davvero poco sorprendente.


P: Le è mai capitato di votare stando al fronte?
Max: Non mi è mai capitato.


P: Ha mai pensato di fare il contractor?
Max: La cosa non mi attrae per nulla.


P: Che accademia militare ha frequentato Gheddafi?
Max: Sinceramente non ne ho idea. Suppongo un’accademia militare libica. So comunque che è stato anche nel Regno Unito.


P: Dovesse tagliare un centesimo delle spese militari su cosa risparmierebbe?
Max: Forse risparmierei qualcosina sulle mense. Sicuramente toglierei i militari dalle strade delle città italiane.


P: Tecnicamente, si può annichilire senza uccidere?
Max: Credo proprio di sì.


P: Contrario o favorevole alla tortura?
Max: Assolutamente contrario.


P: Sa cosa stabilisce l’art. 185bis del codice penale militare di guerra?
Max: Punisce eventuali condotte vietate dalle convenzioni internazionali.


P: Cosa le chiedono più spesso i famigliari quando torna da una missione?
Max: Come me la sono passata. Cercano probabilmente di farsi un’idea del mio stato d’animo e della condizione psicologica.


P: Cosa evitano di chiederle?
Max: Sicuramente non mi fanno domande “tecniche”.


P: Tra Dio, patria e famiglia cosa butta dalla torre?
Max: Probabilmente la famiglia sarebbe l’unica ad essere sicura di restare su. Non sono un gran credente e la patria è sicuramente un valore in cui ci si può riconoscere, purché non si scada in pericolosi eccessi di nazionalismo.




le domande della Donna Cannone

DC: Non crede che le morti di militari durante il lavoro siano da considerare ''morti sul lavoro'' come quelle degli operai, per esempio? E se no, perché?
Max: Credo senz’altro di sì. Il fatto che poi si dia luogo alla farsa dei funerali di Stato è solo un maldestro tentativo di pulirsi la coscienza di fronte all’opinione pubblica.


DC: Cosa si prova a vivere armati?
Max: Si vive armati solo in particolari circostanze e in determinati teatri. Non certo in patria. Dopo un po’ non ci si fa più caso.


DC: Che cosa pensa degli immigrati? E dei profughi? E delle donne con il velo in territorio italiano/europeo?
Max: Io penso semplicemente che le diversità di usi, costumi e tradizioni vadano considerate come un’opportunità di arricchimento e non come una minaccia. Ogni atteggiamento di intolleranza è espressione assoluta di ignoranza. E non lo dico per retorica.


DC: Perché ha scelto questo mestiere?
Max: E’ stata una scelta ponderata. Ero all’università e vivevo con la spada di Damocle della leva obbligatoria. Ho preferito fare domanda per due anni di ferma e percepire uno stipendio, piuttosto che un anno di leva che gravasse ulteriormente sui miei dal punto di vista economico. Poi i due anni sono diventati tre, fino a vincere il concorso in servizio permanente.


DC: Quali sono gli ''ideali'' moderni che attirano i giovani alla carriera militare? È plausibile pensare che lo facciano per ''la patria''?
Max: Probabilmente alcuni lo fanno anche per “la patria”, ma onestamente ritengo siano senz’altro una minoranza. La maggior parte vede nella carriera militare un’opportunità di lavoro e di indipendenza economica. E con questi “chiari di luna”, non è poco!



gr  az  ie







lunedì 12 settembre 2011

Voci dal sottoscala 2011: Intervista a un Sottufficiale dell'Esercito Italiano

Le Interviste Scomode Su blog2piazze

Nasce su Mente Critica nella pubblicazione del cannonico "Morto un parà se ne fa un altro" l'incontro - scontro virtuale e ideologico con Max, Sottufficiale dell'Esercito Italiano. Gli abbiamo proposto di farsi intervistare. Ecco la prima parte dell'intervista


Presentazione
Sono Max, ho 38 anni e sono un Sottufficiale dell'Esercito. Sono nato e vivo a Salerno, ma lavoro a Napoli dal 2005. Prima di allora ho svolto servizio a Persano (SA) e a Livorno. Sono sposato in seconde nozze da circa un anno e non ho figli.


In uno dei suoi commenti, ha citato Berlusconi, tradendo l'iniziale senso del termine "disadattato", che Lei attribuiva ai "reduci" dai teatri di guerra e non quindi ad una questione politica. Comunque, io non sono certamente vicino all'ambiente di centrodestra, come potrebbe sembrare scontato per un militare; anzi, le mie frequentazioni e l'ambiente in cui mi piace muovermi vanno decisamente in un'altra direzione.
 
 
le domande di Comandante Nebbia



CN: in che teatri è stato impegnato?
Max: Sono stato in Bosnia nel ’96, quattro volte in Kosovo tra il 2000 e il 2003 e in Iraq nel 2004.


CN: quali incarichi ha ricoperto?
Max: In Bosnia non ero ancora in servizio permanente, ho svolto per lo più servizi di guardia al nostro Compound.
In Kosovo ho ricoperto incarichi vari, dalla gestione dei gruppi elettrogeni all’interno della base e nelle varie postazioni a difesa di installazioni sensibili sparse per il territorio di nostra competenza, all’addetto agli acquisti e quindi ai contatti con i rivenditori locali, cosa che mi ha permesso di girare parecchio e di conoscere moltissima gente del posto. Mi occupavo anche della retribuzione del personale civile locale che lavorava nel nostro accampamento. Con alcuni di loro sono in contatto ancora oggi.
In Iraq, ero addetto alla Cellula S1 (Personale) ed ero in giro spesso a seguito di un mio superiore a cui facevo da interprete dall’inglese, nel corso dell’affiancamento con ufficiali dell’esercito iracheno.


CN: ha partecipato ad azioni a fuoco?
Max: Io personalmente mai, ho solo sperimentato la tensione che si generava ogni volta che si usciva dalla base.


CN: quali differenze ha riscontrato nella reazione delle varie popolazioni alla presenza di militari stranieri sul territorio?
Max: In Bosnia, la guerra era appena finita. Non c’era molta gente in giro e quelli che c’erano erano piuttosto diffidenti. I contatti più frequenti erano con i bambini che venivano a chiederci un po’ di cioccolato o qualche merendina.
In Kosovo, gli albanesi erano in genere amichevoli, la nostra presenza in qualche modo li faceva sentire al sicuro.
In Iraq, è molto difficile da definire. La situazione era piuttosto complessa, sicuramente non tutti erano contenti di averci tra i piedi.


CN: Qual è, secondo lei, il livello di preparazione medio del personale italiano nei confronti del personale di altre nazioni?
Max: Al di là di Americani e Britannici, che sono a mio parere di un altro livello, credo che il nostro grado di preparazione generale sia piuttosto buono e in grado di confrontarsi tranquillamente con gli altri eserciti della coalizione.


CN: Ci dà un'opinione sulla qualità dell'equipaggiamento e sulla sua adeguatezza nelle varie situazioni?
Max: La qualità è sicuramente migliorabile e non sempre è risultata pienamente adeguata alla situazione, ma si sa, noi italiani siamo abituati a fare di necessità virtù.


CN: Ci dà un'opinione sulla capacità delle forze armate di valorizzare l'esperienza accumulata nei teatri di impegno o se questa viene dispersa con i congedi o con l'impegno del personale esperto in funzionalità impiegatizie?
Max: Credo che la maggior parte del personale delle forze armate abbia accumulato una notevole esperienza nell’ambito dei teatri operativi e tale esperienza può tornare utile sia per indirizzare i più giovani, sia per affrontare le nuove sfide con maggiore sicurezza e consapevolezza. I congedi e i cambi di destinazione del personale esperto ritengo che non possano inficiare su tale bagaglio di esperienza, se non in minima parte.


CN: Ci dice il livello di impiego dei private contractor e il tipo di missioni affidate a questo tipo di professionisti?
Max: I contractors si occupano in genere della protezione di personaggi di spicco che a vario titolo circolano per il teatro. Sono certamente dei professionisti molto validi, ma noi abbiamo delle regole d’ingaggio ben precise, dalle quali non possiamo prescindere. Loro, probabilmente, hanno una maggiore libertà di movimento e di azione.






Le domande di Poldino
Poldino: Qual è la sua canzone preferita?
Max: Risposta difficile. Ascolto molta musica, è difficile isolare una sola canzone. Se proprio devo scegliere, dico “Pride” degli U2.


Poldino: l'ultimo libro letto?
Max: E’ un periodo che leggo più libri contemporaneamente, iniziandone uno nuovo senza prima terminare la lettura di quello precedente. L’ultimo che ho letto dall’inizio alla fine è “Io cammino in fila indiana” di Ascanio Celestini.


Poldino: Come reagisce la gente quando dice che fa il militare?
Max: Alcuni appaiono sorpresi. Forse il mio modo di fare e di muovermi fa pensare ad altro. Ma anche il modo della gente di considerare i militari dovrebbe evolversi.


Poldino: Ha qualche militare in famiglia, anche in pensione?
Max: No, nessuno.


Poldino: Che lavori ha fatto prima di arruolarsi? Qual era l’alternativa?

Max: Ero iscritto all’università, Lingue e letterature straniere moderne. Ho fatto qualche esame. Nel frattempo, per non pesare troppo sul bilancio familiare ho fatto vari lavori, dal barista alla gestione di impianti sportivi. L’alternativa era continuare gli studi e tentare di trovare uno sbocco in quel settore. Forse avrei potuto, ma è andata diversamente.


Poldino: Cosa direbbe al se stesso ventenne?
Max: Di godersi di più la vita, è un’età fantastica che non torna più.


a breve la 2° parte dell'intervista

mercoledì 27 gennaio 2010

Sospiri dal sottoscala: intervista a Madame Urbetzkj



narratrice di racconti erotici
Respirati nelle tue fantasie. Negli anfratti proibiti e nelle crepe di sole. Gustami










Originaria del Triveneto, non ci svela di più sulla sua identità.
DC: Ma almeno ci racconti come è nata questa vena scrittoria erotica?

Le Interviste Scomode Su blog2piazze

 MU: Ci riflettevo di recente. Sul fatto che in fondo non siamo noi a scrivere, ma è la scrittura che muove noi. È un po' come essere abitati da una specie di serpente. La parola è voluttuosa. Si infila nelle nostre dita, si insinua nei lobi dell'orecchio, ti tende fili nella testa a cui appendere parole. Rubate. E poi sguardi. Spiati. Sillabe; pizzi, baci, colori di pelle....
Non saprei dire i percorsi che mi ha compiuto dentro la scrittura. È arrivata per caso e per gioco. Anni fa un'amica – scrittrice - ha iniziato a farmi leggere le sue cose. E poi mi ha trascinata a un laboratorio di scrittura. E poi a un altro. E siccome mi ci sono divertita, l'ho seguita. Nell'ultimo corso ci hanno messo di fronte a un ''progettino''. Dovevamo fare uno schema di quello che avremmo voluto scrivere: come, perché, quando,... Che pesante! Non faceva per me, che ho una "dipanatura ventrale". Voglio dire: le parole mi si agitano nella pancia. Quando sento che cominciano a muoversi devo fermare il mondo, isolarmi da tutto, e cominciare a scrivere. Prima di avere scritto, non so cosa mi uscirà. Le ore scivolano via senza che ne abbia la cognizione e mi ritrovo ad aver cesellato sillabe come fossero creta. 

Lavoro come uno scultore. Ammasso parole, pagine e pagine, e poi tolgo, lavoro per eliminazione, scavo dei vuoti. Fin dove arrivo. Non sempre ci riesco. Avverto il limite di essere me stessa.
Comunque, il porno – o erotico – per così dire, è nato per gioco, come ti dicevo. Come provocazione in un ambientino un po' troppo pettinato, dove rischiavo di annoiarmi. E siccome ci andavo nel mio tempo libero, di annoiarmi non mi garbava. E mi è venuta l'idea di spettinare tutti: un progettino letterarrio di allegri versetti sconci.


Sai che quando abbiamo dovuto leggere tra noi quello che avevamo scritto, la prima volta ero davvero imbarazzata? Anche se eravamo pochi e si era creato un bel clima. Poi, è stata la volta del ''maestro'', di leggere - ad alta voce - i nostri racconti, e sono riuscita ad imbarazzare lui. È stato molto divertente.


DC: Ok. Ma se uno pensa al racconto erotico, di solito non pensa al comico....
MU: No, certo, ma l'imbarazzo iniziale non poteva non esserci, no? In fondo, se il racconto è ben riuscito, da qualche parte ti stimola. E non era certo il caso di trasformare l'aula in un privée.
Seriamente; dal punto di vista narrativo mi sono posta un obiettivo preliminare: evitare il linguaggio trito e ritrito con cui si scrive il sesso. E di non farmi influenzare da quanto è già stato scritto. Volevo (e voglio) cercare di attingere solo a ciò che osservo e raccolgo all'intorno, non dagli scritti altrui. Quindi cerco di non leggere nulla di questo genere. A costo di raccontare banalità. Di non smuovere niente. Il rischio c'è. Il mio intento è scoprire empiricamente le barriere della mia scrittura e man mano andare oltre. Non sono ancora in grado di dire se ci sto riuscendo. Ma mi diverte provarci.


DC: Torniamo al sesso. Come, quando, perché, ti viene in mente di scrivere racconti erotici?
MU: Proprio l'altra mattina stavo riflettendo su questo; mi sono ricordata che quando ero piccola sognavo di scrivere. Non so perché. Avrò avuto 10/12 anni. Mi ricordo un quadernino con le pagine gialle, a quadretti. Avevo iniziato a scrivere una storia. Che mi apparve subito patetica. La classica glassa adolescenziale-amorosa con velleità di messaggistica universale. Sconfortante. Abbandonai subito. Sono passati quasi 30 anni. Mettermi a scrivere ora non è stato un atto di volontà.


Mi sono anche ricordata che – nello stesso periodo – andavo alle medie, scrivevo delle storielline porno, niente di che. Pochi dialoghi, molto spinti, e disegni maldestri con donne con tettone enormi. Erano il mio segreto. Custodito in un armadio. Condiviso con l'amica del cuore. Spostato di volta in volta da una borsa a un sacchetto a un viluppo di magliette. Una domenica mattina (tornata da messa...!) mia madre mi disse, umiliandomi, che aveva trovato quella roba. Odiandola ma dovendo ubbidire, mi mortificai. Mi scusai e promisi che non lo avrei fatto mai più. Per ottenere che non lo dicesse a mio padre. Non so se mantenne la parola. Fatto sta che non ne parlammo più. Ricordo che, sempre in quel periodo, girava voce che una delle ragazze della scuola conservasse un quadernino dove incollava foto di donne nude. È pazzesco, se ci pensi, quanti echi e pettegolezzi dell'intimità altrui ci arrivano.


Ricordare oggi questo brutto episodio deludente e rivelatore della piccolezza pedagogica di mia madre in fatto di sesso, oggi che scrivo "raccontini porni" mi diverte. Sento il pizzico di una allegra e divertita disobbedienza.


DC: Ok. Ci hai parlato della tua "fenomenologia della scrittura", ma non ancora degli argomenti di cui scrivi. E scriverai... Progetti editoriali?
MU: Immagino che raccontare in giro che scrivi racconti erotici susciti curiosità. Che possa essere perfino seduttivo. Forse a qualcuno viene voglia di raccontarmi le sue fantasie, con la speranza di vederle trasformate in una storia. Può essere, ma finora non sono in molti a saperlo. Navigo a vista. E forse, sì, paradossalmente mi affascina più la parola, che la sessualità. Nessuno finora mi ha scritto per raccontarmi le sue fantasie. I miei lettori sono silenziosi. Anche se non mi dispiacerebbe il contrario. Anzi, se posso, colgo l'occasione per invitare chi lo desidera a scrivermi. Naturalmente, sarà mantenuto il più stretto riserbo sull'identità di chi mi scrive.


Per ora mi affido solo al web, con il mio blog. Ma con un amico illustratore stiamo meditando di muoverci diversamente. Vedremo....

Nelle storie riverso fantasie vecchie e nuove, solletico, emozioni, eccitazione passata, puro piacere sessuale-verbale. L'atto è sempre quello. Ok, ci sono varianti variazioni e variabili. Ma, come in altri campi, tutto è già stato detto. E scritto. È il piacere di narrare e di leggere che mantiene in vita la narrazione. Non so cosa scriverò stasera. A chi ruberò uno sguardo domani sull'autobus....


DC: Come ti considera la gente quando racconti di scrivere racconti erotici?
MU: Siccome la cosa mi diverte, di solito lo racconto col sorriso. Qualche tempo fa ero in una libreria che non conosco e stavo cercando il settore della narrativa erotica, senza trovarlo. Rovistavo da un po' fra struggenti romanzi d'amore, quando ho visto un commesso. Giovane e carino, devo dire. Mi sono avvicinata per chiedere dove trovavo la narrativa erotica. La scena di cui ero regista, e protagonista, mi stava divertendo, ma non volevo metterlo in imbarazzo. Lui mi ha dato l'indicazione, tranquillamente, ma a scanso di equivoci gli ho chiesto “C'è anche la saggistica?”
Un amico a cui ho raccontato che avevo comprato dei fumetti porno, mi ha detto che se fosse stato l'edicolante, la cosa lo avrebbe mandato su di giri. Compro anche Playboy, mi piace molto. Ma quando lo leggo in treno, se c'è troppa gente, lo nascondo tra le pagine di un'altra rivista, per non turbare … (i benpensanti). Su, DC, che altro vuoi sapere?


DC: l'annosa questione, ovvio! La sottile linea rossa – di pizzo – in questo caso,  quasi una giarrettiera: dove sta la demarcazione fra ertismo e pornografia?
MU: Domandona! Non sono certo io a stabilirlo. Io non lo so ancora. Sto iniziando ora a perlustrare. Credo c'entrino molto i tabù, l'accettazione sociale, la morale. Di gruppo. E quella individuale. Posso solo citare chi, prima di me, ha segnato il confine nell'espressione di emozioni e sentimenti, presenti nell'eros, e assenti nel porno, inteso come pura carne che si dimena e si sbatacchia. Un po' semplicistico, però...


DC: Avrei un sacco di domande. Ma preferisco lasciare questo spazio a un tuo racconto. - Uno dei primi, giusto? - E per invitare gli amici di Blog a 2 piazze a mandarti le loro domande, se ne hanno, lasciando un commento qui, o sul tuo blog, giusto?
MU: Certamente. Grazie, DC e tutto lo staff capriolante per questa intervista! Ciao





Obliterami

Mi abbasso la gonna, guardo il mare.

Mi ha eccitata per anni, l’orgasmo vietato fra lenzuola da single che relego dopo l’uso tra la biancheria da stirare e i biscotti per cani. E che da qualche giorno mi sorprende anche in ufficio. E dal benzinaio, e alle poste. La fantasia si insinua come un groppo di febbre censurata. Abbrancata allo stomaco, mi annichilisce e addomestica la mia volontà.

Ma oggi. Vestita di bianco in una mattina afosa sul 97, viaggio su un autobus pieno lungo il mare di Napoli. In piedi, accaldata, mi reggo stretta vicino all’uscita. È oltre il Vomero che una mano decisa, insolente, mi alza la gonna. Offesa, sussulto. Ma le dita mi scompongono le cosce. Sanno dove andare. Spostano il pizzo delle mutande e poi si muovono, lentamente.

Lentamente la mano passa sul pelo – il mio - morbido e lo accarezza piano. Ci gioca – lo liscia, lo tira, lo annoda. Lo assaggia. E va oltre.
Un ingombro occupa le mie grandi labbra.
Al bivio tra via Chiatamone e Santa Lucia le sento, golose, gonfiarsi.

Un’arrendevolezza sudata mi scioglie. Sa. Che può. E che deve. Che lo stavo aspettando.

Che mi sporgo a guardare il mare per aprirmi alle sue dita grosse. Fargli snidare un desiderio rapace.

Oscilliamo con gli scossoni dell’autobus, tra lo sguardo di uno scolaretto e le borse della spesa della signora Camilla. Selvatico, mi percorre. La mano mi appaga di un pudore smascherato, senza volto. Sento un fiato corto, via via più mozzo, sul collo. Depredata mi spalanco a un maschio casuale che mi rapina e mi ridona la voglia. Sono bagnata, sono sporca, sono oltre. Estraneo, un corpo aderisce al mio. Avido, spasmodico, mi spaventa mi percorre mi schiaccia mi stringe.

Un ringhio all’orecchio mi dice che è sazio. Ma sono marea - verde selvaggia e provocante e lo trattengo tra le cosce. Prendo l’ultimo brandello forsennato, il mio.

Poi, apro gli occhi e lo lascio andare. La signora Camilla è scesa. Con le buste della spesa svolta l’angolo e scompare. Io non so, con questo caldo, discernere tra carne usata e fame.
Ho scordato i biscotti per cani.

© Madame Greta Urbetzkj Your Web-Mistress 2009



sospiri dal sottoscala.....è il caso di dirlo, visto che oggi presentiamo una autrice (molto in erba) di racconti erotici. È con noi Madame Greta Urbetzkj.

venerdì 25 dicembre 2009

Siamo alla lotta darwiniana. Mi scrisse Gianni Solla ...


intervista a Gianni Solla
Vorrei squillare un po' come Kiambretti e far entrare con rullo di tamburi e personaggi circensi uno dei miei autori contemporanei preferiti. Mi piacerebbe saper scrivere come lui e mi dispiace non esserne capace. Detto senza invidia e con tanto godimento. E ammirazione. E felicità di poterlo leggere e di poterglielo pure dire.
con onore, commozione e irriverenza natalizia, la parola passa a lui (la mia intervista inizia con un po' di reverenti domande sceme. Mi scuso*)

La Donna Cannone: Hai mai pensato di scrivere un romanzo?
Gianni Solla: Ho già pubblicato un romanzo, seppure breve, si chiama Airbag edito da ad est dell’equatore. Il prossimo è previsto per la prossima estate, sempre per la stessa casa editrice che dimostra buongusto e al tempo stesso un certo piacere per l’autolesionismo.
DC: Quando hai iniziato a scrivere? e perché?
GS: Non mi ricordo da quando scrivo, impossibile stabilire una data. Narcisismo ed esibizionismo sono le ragioni invece, il motore diciamo, e una certa quantità di tempo libero tra un turno e un altro di lavoro. Se avessi un doppio lavoro non scriverei.

DC:Quando dove e come scrivi? Com'è la tua giornata tipo?
GS: Lavoro in un call center e scrivo quando non sono là, ma in realtà il lavoro funziona come campionario umano, un postalmarket di miserie che la gente mi spedisce a domicilio. La raccolta di materiale è importante.

DC: Si dibatte spesso se si scriva per sé o per gli altri. A quale ''scuola di pensiero'' appartieni?
GS: Da malato terminale di narcisismo, scrivo di me per gli altri, pertanto attraverso in diagonale le due scuole di pensiero. Io sono uno di quelli che comincia ogni frase con Io.

Pausa. Vado a sciacquarmi la tinta. No. Non sono bionda.
Sono rossa. La tinta permea lo spessore delle prossime domande*...

DC: I tuoi personaggi sono vivi-vividi e vividi anche da morti - parole asciutte e drammatiche. Attingi alla specie (dis)umana che ti circonda?
GS: Sì, prendo in prestito dettagli, comportamenti e da là metto su una storia. Al massimo impiego mezz’ora per storia, finito il tempo dove si arriva si arriva, non sono un perfezionista. Delle volte faccio delle domande alle persone che mi sono vicine, ma in linea di massima origlio le conversazioni nella metropolitana oppure alla posta, poi passo tutto nel tritacarne e scrivo le storie. Mi piacciono gli anziani perché parlano ad alta voce e non ti devi sbattere per ascoltarli negli autobus. Le storie migliori sono le tensioni familiari, le liti con i generi per questioni di soldi sono le mie preferite.

DC: Ho letto sul tuo sito che sei in cerca di un editore. Ci racconti la tua esperienza nel mondo letterario/scrittorio italiano?
GS: Ho molto materiale che sto cercando di compattare e includere in raccolte. Internet resta il mio mezzo preferito anche per cercare case editrici. Ho pubblicato delle cose, in genere materiale passato per il mio sito. Sono un blogger, mi piace il tempo zero tra scrittura e messa on line e feedback. Ogni tanto mi prendo del tempo, come adesso, e scrivo delle cose più lunghe, destinate potenzialmente a case editrici e forma cartacea per la comodità di leggere duecento pagine non al monitor. Inoltre il libro provoca una sospensione che il monitor di un blog non può riprodurre perché mentre leggi controlli la posta, facebook, le partite su livescore ecc.

DC: Fai progetti per la prossima scrittura o viene da sè?
GS: Faccio dei progetti, ma in linea di massima non li rispetto, quindi scrivo di cose e personaggi che emergono per entropia e che sopravvivono alla lotta darwiniana delle idee, alla confusione e alla mia mancanza di memoria del breve periodo. Questo genere di amnesia è fondamentale nella mia scrittura, diversamente finirei di scrivere di cose che mi ricordo veramente, invece sono solo frammenti amplificati dalla sedimentazione. In linea di massima è tutto falso.

il domandone DC: Com'è il rapporto di Gianni Solla con l'italiano medio? pare, nelle forme ricorrenti, nella grammatica semplificata, nel pensiero scarnificato - emergere il tuo spirito investigativo, analitico. Che riesce a essere disponibile, verso il lettore e verso il personaggio, attraverso il filtro ironico. È una finzione di italiano medio? dove tracci la linea di demarcazione? Come è il tuo italiano medio ideale? La città elegiaca su cui vorresti aprire gli occhi il mattino?
Le Interviste Scomode Su blog2piazzeGS: Questa risposta necessita di un artifizio retorico e di una rielaborazione: com’è il rapporto dell’italiano medio con Gianni Solla? Immagino che l’inversione dei fattori non dovrebbe modificare il senso della domanda, tuttavia dato che non ho nessun parere, è meglio sondare quello degli altri. L’italiano medio non esiste, se per medio non viene inteso mediocre. Esistono le persone con le loro paure (l’unica paura che deve essere tale è quella della morte, le altre immagino derivino tutte da questa) e dalle loro paure penso si evinca il pensiero della morte e della vita e della sopravvivenza. Alcuni mi aggrediscono, quando sono in macchina per esempio, altri mi lasciano passare perché pensano che io possa aggredirli, altri sono gentili perché così evitano il conflitto. L’ironia è un continuo processo di inversione dei fattori che cerca nella tragedia il ridicolo. Ci vuole intelligenza per ricreare l’artificio, ma anche paura di qualcosa perché si senta la necessità di ironizzare.

Non cerco stereotipi o archetipi, cerco di rifarmi al mio materiale che risiede nei miei ricordi e che le mie scarse capacità mnemoniche alterano, pertanto è tutto inventato, sia negli eventi che nei modelli di rifacimento. Tutte i posti hanno in sé i caratteri della commedia e della nostalgia e delle loro infinite sfumature. Come la guardi al mattino, dipende da cosa hai bevuto la sera.

Grazie Gianni!



Uno dei miei racconti preferiti di Gianni Solla è

BLUES IN FA MINORE


"Che belle gambe che c’hai Laura”.

“Davvero dici, non sono diventata vecchia, io bella non lo sono stata mai”.
Le accarezzai un poco la guancia e facemmo l’amore. Il letto per le botte sbatteva in faccia al muro e con il tempo l’intonaco si era crepato in determinati punti. Venni sul lenzuolo e con un lembo mi pulii.
“Sono contento che tu sia ritornata, la casa stava andando in malora”.
“Mi dispiace, non me ne andrò mai più”.
Laura mi accarezza i capelli mentre le tenevo la nuca sul grembo. Con le dita mi faceva i riccioloni sui pochi capelli che mi restavano.
“Per le due settimane che sei stata via non ho fatto nulla in casa, avevo deciso di lasciare marcire le cose, di far scadere il latte nel frigo e pure di far morire il gatto di fame. Per dieci giorni la bestia non ha avuto croccantini e a bere beveva da sotto alle fontane che per fortuna sua non si chiudono bene. Guarda come si è fatto secco, c’ha le ossa del torace tutte da fuori”.
“Ti prego non raccontarmi queste cose”.
“Adesso non te ne andrai di nuovo da quello, vero?”.
“Te lo prometto che non ti lascerò più”.
“E’ stato un inferno. La notte c’avevo dei bruciori che sembravano lampi dentro alla pancia e certi incubi tutte le notti m’assalivano. Mi sognavo dei diavolacci che mi tenevano per le caviglie e poi mi lasciavano cadere in un fosso nero e profondo e il sogno era così reale che sentivo l’odore della terra umida dentro alle narici”.
“Ti prego smettila”.
“Penso che quei sogni in un certo modo erano i miei sensi di colpa che prendevano forma che s’incarnavano dentro ai diavolacci e poi la caduta simboleggiava lo sprofondare dentro alle viscere della terra, all’inferno per le cose di male che ho fatto. E quale punizione più giusta in fondo, se non quella di perderti”.
“Non ti lascerò mai più, né te né il gatto”.
“Il gatto non ti è mai piaciuto”.
“Anche lui mi è mancato, in fondo tutti e tre siamo una famiglia”.
Mi alzai dal letto con il coso moscio in mezzo alle cosce e andai verso la cucina. Le piante dei piedi restavano attaccate al pavimento per il sudicio che si era ammassato e quando si staccavano facevano un rumore di ventosa. Arrivai al frigorifero a prendere un bicchiere d’acqua. Il freddo del frigorifero mi fece gelare i peli sulla pancia. Ero messo male, ma adesso che c’era Laura bisognava fare qualche cosa, non potevo lasciare che se ne andasse di nuovo con quello. Sotto agli occhi c’avevo delle rughe profonde, al centro della testa non c’avevo più capelli e pure i denti stavano marcendo. I due grossi davanti a toccarli un poco si muovevano per non parlare di quegli altri sul fondo della bocca che erano neri. Presto avrei dovuto mettere qualche schifoso dente finto in bocca e per lavarlo avrei dovuto estrarlo e sciacquarlo sotto al lavandino facendo attenzione a non farlo cadere dentro al buco dello scarico. Tutto ci avevo perso dentro al buco dello scarico negli anni, e anche il dente finto ci sarebbe caduto dentro andandosi a congiungere con il resto delle cose che avevo perduto. Forse gli operai delle fogne tenevano le mie cose dentro ad una scatola e prima o poi me le avrebbero recapitate. Bevvi il mio bicchiere d’acqua e ritornai verso la stanza da letto. Lungo il corridoio mi prese di nuovo quel crampo di angoscia dentro allo stomaco perché in fondo lo sapevo che Laura se ne sarebbe andata di nuovo con quell’altro. Lei pure non stava messa tanto meglio di me. Sotto al collo c’aveva una ruga grossa e le guance le si stavano scavando sulla faccia. Per difendersi dalla morte a lei veniva facile di scappare dentro al letto di qualcun altro, poi le venivano i sensi di colpa oppure la ricacciavano e Laura se ne tornava dentro al letto mio. Mi prometteva di non andarsene più e poi se ne andava per un mese, oppure tre mesi come l’anno scorso quando mi telefonò da Genova per dirmi che tra noi era finita e che era andata a stare con uno. Mi staccò il telefono mentre piangeva a dirmi che le dispiaceva che era stata una decisione sofferta ma che bisognava farlo per il bene di tutti e due, specie per il mio che non mi meritavo una cosa così, che proprio non me lo meritavo. Restai attaccato al filo del telefono pensando che Laura fosse rimasta in silenzio e che non c’aveva più niente da dirmi. M’accorsi che aveva staccato da dieci minuti e il silenzio siderale che s’era creato sembrava quello delle viscere della terra, dello spazio infinito, dello spazio tra un elettrone e un altro dentro agli atomi. Rientrai dentro alla stanza da letto e lei se ne stava di schiena, con il lenzuolo sopra al culo che oramai se ne stava scendendo. Forse con il tempo Laura non sarebbe più stata la bella donna di un tempo e sarebbe diventata mia per sempre. Stava quasi dormendo, forse nella fase rem perché le palpebre le sbattevano forte e sbatteva anche i denti. Lo faceva sempre prima di addormentarsi. Chissà se anche gli altri uomini le sapevano tutte queste cose di Laura.






lunedì 20 aprile 2009

Piccole grandi storie venexiane - II parte

La copertina del romanzo "Marinaio d'acqua dolce" di Espedita Grandesso (ed. Lulu)
Ecco a voi la 2° parte dell'intervista alla scrittrice veneziana Espedita Grandesso
DC: Ha altri progetti editoriali in cantiere? EG: Sì, ho 4 racconti storici che spero di ....riuscire a rifilare a qualcuno! Sono piuttosto ponderosi, diversi da quelli che normalmente scrivo, non si limitano all'ironia. Uno è la storia (molto riassunta) della IV crociata, che ha per protagonista Enrico Dandolo, il doge: l'unico che nel 1204 vince effettivamente qualcosa. Ha vinto un impero di isole per la sua Venezia e va detto che non era peggiore di tutti gli altri protagonisti della storia. Sono un po' stufa di sentire che i veneziani hanno rubato dappertutto. Tedeschi, francesi, fiamminghi che partecipavano alle guerre non erano diversi. Bisogna rileggere la storia e ricordare che il saccheggio delle città era un diritto dei vincitori. Gli altri racconti proseguono – uno è il lungo contenzioso con i nobili da Carrara di Padova e la Repubblica di Venezia ed è una lotta che dura per circa 2 secoli, inizia verso la fine del '200 con vari avvenimenti, e si protrae fino a '400 inoltrato. Nel 3° capitolo si passa al 1600 con un racconto sulla congiura degli spagnoli contro Venezia, che fortunosamente è stata scoperta. Stava quasi per riuscire, ma qualcosa l'ha bloccata – compaiono dei traditori veneziani che non erano neanche i soliti popolani ignoranti e arraffoni, ma nobili. Uno era un senatore che è finito impiccato, e giustamente - per alto tradimento. “quella volta erano meno buonisti, Molto meno!!” L'ultimo, invece, è un affaire che vede coinvolto un segretario del senato, Pietro Antonio Grattarol, e la moglie del procuratore Andrea Tron, dove in apparenza il Grattarol viene perseguitato per cause di donne, per avere sottratto un'attrice alle attenzioni del commediografo Carlo Gozzi. In realtà si scopre che Pietro Antonio Grattarol ha fondato la prima sede dei Framassoni, cioè della Massoneria a Venezia. Il governo era stato informato ampiamente, ma non potendo prendere di petto quest'uomo, al limite licenziandolo o prendendo dei provvedimenti, si è preferito rovinargli la vita con una pugnalata alla schiena, cioè prendendo spunto dalla storia con l'attrice per metterli in ridicolo entrambi, con la conseguenza che lui fugge da Venezia e viene automaticamente condannato a morte (anche perché in possesso di segreti di stato), mentre la donna muore pazza nell'ospedale di San Servolo – obbligata per tutta la stagione a recitare la parte di se stessa in una stupida commedia del Gozzi.
Quindi è una meditazione sul potere e sulla sua gestione.
DC: Questo ci porta dritti dritti a una domanda: c'è un messaggio “politico” in quello che scrive, seppure ambientato nel passato? EG: Sì, diciamo che c'è un messaggio politico e un messaggio religioso. Infatti mi sono permessa in prefazione una parafrasi del brano di Matteo che narra le tentazioni di Cristo e precisamente quando viene condotto sulla montagna da satana e rifiuta i doni che questo gli offre, così come rifiuta di adorarlo. Detto questo, coloro che si dichiarano cristiani, oggi fanno l'esatto contrario – pur di impossessarsi del potere. È pur vero che qualcuno deve reggere gli stati – ma c'è qualcosa di più. C'è l'ansia di avere il potere nelle mani. Cristo ha rifiutato di adorare satana. I nostri, magari potessero incontrarlo per avere ancora qualcosa di più!!! Le considerazioni vengono da sé, questo vale per i tempi antichi e per l'attualità, perché non è cambiato niente nell'uomo.

la scrittrice veneziana Espedita Grandesso e le sue opere:

La signora Grandesso ha scritto parecchi libri, quasi tutti pubblicati con Helvetia Edizioni : * Il primo è del 1989 “Portali medievali di Venezia”, che spiega anche il significato delle sculture medievali che vanno dal 1000 alla fine del 1200 e quindi hanno un forte significato simbolico. Sempre con Helvetia ha pubblicato “Fantasmi di Venezia” (nel 2000): scampoli di storia veneziana di avvenimenti e crimini commessi da “fantasmi realmente esistiti”; “Prima de parlar tasi” è un libro di proverbi e detti veneziani riportati e spiegati in lingua italiana nel loro significato – non solo linguistico ma culturale dove sono raccolte anche le favole e i racconti da cui provengono i proverbi.

Due libri di cucina “Magna e bevi che la vita xe un lampo” dove non soltanto sono riportate delle ricette antiche e la loro evoluzione nel tempo; per es. la salsa verde che ha origine nel Rinascimento e arriva ai giorni nostri molto semplificata. Le ricette sono collegate alle maggiori festività veneziane, spiegandone significato, origini e andamento; “Se no xe pan xe poenta” dove ha raccolto delle ricette originali del 1905 di una cuoca pasticcera e ricette speciali di Petronilla del 1943, scritte apposta per le massaie che dovevano fronteggiare il tempo di guerra in cui non c'era quasi niente da mangiare.

“Crimini alla veneziana” sono racconti non soltanto di crimini ma anche di avvenimenti curiosi, fatterelli e fattacci successi a Venezia; E' del 2007, “Chi xe mona staga a casa”, un altro libro di proverbi con la funzione di spiegarli, visto che i proverbi storici non si conoscono più, e la raccolta di fiabe veneziane “C'era una volta e non c'è più” (ed. Terraferma), in dialetto veneziano con testo a fronte italiano.

Nel 2008 ha pubblicato con Lulu.com il romanzo breve “Marinaio d'acqua dolce” di cui vi raccontiamo nella prima parte di questa intervista.

Le Interviste Scomode Su blog2piazze

mercoledì 15 aprile 2009

Piccole grandi storie venexiane

la scrittrice veneziana Espedita Grandesso
È con noi la scrittrice veneziana Espedita Grandesso, autrice di molti libri ironici e brillanti, di carattere storico-cronachistico. Fra le ultime “fatiche letterarie” il racconto breve Marinaio d'acqua dolce, pubblicato con la casa editrice online Lulu.com. DC: Ci dice come è nato questo nuovo romanzo breve? Espedita Grandesso: è nato in maniera un po' strana, perché i due protagonisti erano i miei genitori, che nella modestia del loro stato hanno avuto una storia bellissima. Con mio papà che ha rincorso questo ideale di donna per 10 anni, perché si era fidanzata, lo ha lasciato, lui è partito per l'America. In realtà voleva raggiungere l'America del Nord, ma poi si è accorto che come marinaio non riusciva a reggere l'oceano e per questo è chiamato “marinaio d'acqua dolce” e ha declinato il suo lavoro sui fiumi del Sud America, che hanno un corso simili a quello del Mediterraneo: lì ha lavorato come macchinista per 10 anni. Tutti i ricordi che ho sentito raccontare da bambina, e le cose più birichine le ha raccontate mia mamma quando ero più adulta. Sono le avventure di quest'uomo molto semplice dal cuore buono. Direi che incarnava un po' il fanciullino pascoliano come psicologia, ma era tutt'altro che scemo! - era un cuore candido, nel suo approccio con la natura, gli animali, gli uomini, era bonario, non maligno né interessato. Ha avuto tutte queste strane avventure nei paesi della giungla sudamericana che nascevano come funghi con il commercio dei legni pregiati. Se c'era un piccolo porto nasceva un paese o cittadina alla quale facevano capo i tronchi che poi venivano lavorati e spediti alle città principali e arrivavano in Europa. I tronchi scendevano lungo il corso interno dei fiumi e infatti in una notte non tempestosa, ma sicuramente buia, per attraversare un tratto di fiume il protagonista è saltato sui tronchi, è approdato su un caimano e si è salvato con un gran balzo perché aveva le gambe lunghe! Ha sentito un fendente, il caimano ha cercato di raggiungerlo, ma non ce l'ha fatta. Poi ha avuto altre avventure con animali strani, come le scimmiette che quando erano disturbate dagli uomini che attraversavano il loro tratto di giungla si facevano la cacca in mano e gliela tiravano in testa con una mira incredibile. Oppure i pappagalli che ridevano con una risata umana, perché stanziavano in un tratto vicino a un santuario, dove c'era un unico frate vecchissimo che raccoglieva fiori per Maria e si metteva a ridere vedendo queste bestie colorate che volavano da un ramo all'altro e i pappagalli avevano imparato la sua risata e la ripetevano. E poi ci sono molte storie che sembrano favole e invece sono proprio state vissute.
DC: E la protagonista femminile? EG: Anche la protagonista femminile ha una sua storia, molto semplice - in apparenza, ma invece piena di contrasti in sostanza. Ci troviamo di fronte a una donna che non voleva sposarsi e voleva mantenere la sua libertà. Voleva rimanere con sua mamma e suo fratello e per questo ci ha pensato e ripensato fino al colpo di scena finale - che non vi raccontiamo! Nella sua modestia era un'accanita lettrice, dopo il lavoro alla manifattura tabacchi e qualche aiuto domestico in casa, leggeva. Leggeva libri di storia e di avventure e si era fatta una sua idea del mondo e evidentemente non desiderava abbandonare questa possibilità di accedere alla cultura. Sapeva benissimo che come donna sposata non avrebbe avuto neanche il tempo di dare un'occhiata al giornale, ed evidentemente i suoi desideri erano altri, anche se non li ha mai espressi. Era una donna intelligente, che interpretava le sue letture con analisi e acutezza ammirevoli. Però i tempi non erano tali da consentire a una donna – a meno che non avesse difetti fisici evidenti – di rimanere zitella, perché la donna sola, anche se aveva un suo lavoro (e siamo in un'epoca in cui la donna comincia a lavorare stabilmente) non era ben vista. Come non era ben vista la vedova, che poteva dare nell'occhio di un uomo che avesse famiglia e creare disagi. Per cui a un certo momento la protagonista si sposa e convive felicemente con il marito per molti anni.

un rospo azzurro, animale "fantastico" che popola il racconto
DC: Cosa la spinge a scrivere queste storie? EG: Ognuno ha le sue piccole avventure, piccole perché nessuno tiene conto che anche la vita delle persone umili, delle persone che non hanno storia, è una storia. Che può essere avventurosa quanto quella del VIP o del grande attore che gira il mondo e “attraversa il Sahara su un piede solo”. Le storie modeste non vuole vederle nessuno, ma spesso sono storie di grande spessore. Se facciamo caso a tutti gli operai che hanno sacrificato le loro paghe modeste per mandare il figlio all'università, già queste storie hanno un profondo spessore. Probabilmente anche quell'operaio se avesse potuto, avrebbe raggiunto un titolo di studio e lo avrebbe sfruttato. Sono scelte e sacrifici di cui nessuno vuole sapere. Io ho raccontato queste avventure un po' come una favola per adulti, per cui non ci si stupisca se ogni tanto l'eloquio non è proprio ...oxfordiano! Questi signori lavoravano come operai e non avevano alle spalle una famiglia VIP! Girano caimani, rospi giganti nonché velenosi, storie patetiche, come quella del frate vecchissimo che riconosce il protagonista perché prima di approdare in Sud America era fra i cappuccini della Giudecca a Venezia e lì si erano incontrati più volte. Aggiungo che è una storia percorsa dagli affetti che la caratterizzano, senza nasconderli, perché viviamo in un'epoca che è molto scarsa di sentimenti. Vengono messi da parte, sembra che non ce ne siano più. Qui sono espressi, a costo di scendere nel patetico “....però a me non me ne frega niente” - mormora sotto voce Espedita.
DC: Ha mai visitato i luoghi di cui racconta nel libro? EG: No, mi sono fidata dei racconti, anche volutamente, perché la bellezza di questo romanzo-fiaba è data dai racconti usciti dalla voce del protagonista con animali di ogni tipo, compreso quello umano.
DC: Ci sono altre presentazioni in calendario? EG: Il giorno 17 aprile a Mestre alla libreria Feltrinelli del centro Le Barche. Se qualcuno mi legge dalle quelle parti, lo attendo volentieri alle ore 18.00
A breve la seconda parte della nostra intervista.
Le Interviste Scomode Su blog2piazze

mercoledì 8 aprile 2009

B2B Dal Bangladesh a Bozen, con amore 2°parte

Nishat mi spiega che le donne raccolgono le foglie dell’henné, le tritano e le usano per fare i tatuaggi o tingersi i capelli. Così, il colore dura anche 3 mesi. Ma lei ha usato un henné in tubetto, di quello commerciale, ed ecco perché dopo pochi giorni non ne rimane quasi nulla. Non sapevo che l’henné fosse una pianta – non sapevo bene cosa fosse, a dire il vero. E faccio l’ennesima domanda scema: «ma sono capaci tutti di fare quegli splendidi disegni per i tatuaggi?» No, mi risponde, senza farmi pesare la mia stupidità… «Ci sono dei professionisti. Oppure delle donne che li sanno fare. Si possono fare che arrivano fino al gomito, ma a me non piacciono, li ho fatti solo poco oltre i polsi». Mescolo henné e ricordi di un’amica innamorata dell’India – che oggi vive là e che anni fa mi ha insegnato a usare qualche spezia. Lei l’henné lo teneva sui capelli, lunghissimi, tutta la notte. Io usavo quello in tubo, già pronto. Sono molto occidentale. Chiedo a Nishat che cappero ci fa a Bolzano. Possibile che sia venuta direttamente a Bolzano, dal Bangladesh?? Hai sbagliato strada, ragazza! - ma pare di no - Mi dice che dopo 8 anni di assenza dal suo Paese, non ci voleva mica stare e che il caldo umido non la faceva respirare. Non so da che città venga. Il nome mi è sfuggito. Mi fa vedere una foto di casa sua, sul telefonino – splendida mansion bianca con un lungo portico e decorazioni rosso scuro. No, non capisco che ci fai a Bolzano, Nishat! Eppure a un certo punto mi rivela «che vuole bene all’Italia» - perché comunque a Bolzano, nel nord, si sta bene. La famiglia di Nishat ha degli amici bengalesi che vivono a Napoli e a Roma. Amici che hanno un negozio e non rispettano gli orari di apertura e chiusura. Tengono aperto anche la domenica, anche se non si potrebbe. Tanto nessuno gli dice niente. Anzi, fanno tutti così. È proprio per quello che nessuno gli dice niente. A parte la moglie di uno di questi amici. Anche lei ha vissuto a Bolzano e vorrebbe fargli rispettare le regole. Nishat lamenta che il Bangladesh non le piace perché il governo è corrotto. «Oddio… - le dico – non è che qui si stia molto meglio in quanto a corruzione. C’è al sud e anche al nord, solo che qui non fa morti e i servizi funzionano di più, quindi non te ne accorgi. Magari i soldi delle bustarelle finiscono a costruttori edili che fanno una nuova, inutile rotatoria, e a nessuno viene in mente che ci sia sotto qualcosa di losco». Non mi sembra convinta. La storia del matrimonio mi affascina, mio malgrado. Mi racconta che suo marito ora sta in Inghilterra, deve finire di studiare. E poi la raggiungerà a Bolzano. Vorrei chiederle se è un matrimonio combinato. Mi sembra così placida e contenta di essere stata al centro della cerimonia, sul palco dove tutti gli invitati andavano a renderle omaggio, così compresa del ruolo di figlia maggiore promessa in matrimonio e oggi sposa, di cui il padre può andare orgoglioso, che non riesco a immaginarla figlia ribelle europeizzata, magari innamorata di un italiano, o addirittura di un tirolese. Che so, di uno Schützen? Non ce la vedo, insomma, a litigare con il padre e con la madre, come accade in certi film, per affermare la volontà di essere libera e sposare chi le pare. O forse ha davvero sposato chi voleva lei? Son domande indelicate, le mie – e Nishat non è mica un topolino da laboratorio. Quindi mi trattengo. Ma lo vorrei sapere, se nelle loro tradizioni esiste una specie di luna di miele e come si sente a stare lontana dal marito, subito dopo averlo sposato. Forse non cambia niente, se erano separati pure prima. E poi? Lui verrà a vivere con lei e i suoi genitori? Mi manca l’aria al solo pensiero!

Proseguo con le domande sceme, ingoio con una caramella quelle più curiose e chiedo alla mia compagna di viaggio se anche loro al matrimonio hanno un menù particolare - «sì, ma non come voi, che mangiate il primo, poi il secondo e l’antipasto. Noi mangiamo tutto insieme. E al mio matrimonio c’era tutto: carne, maiale, verdura, pesce, uova e poi frutta e tanti dolci. Proprio tutto. La gente ha dovuto mangiare a turni. Erano così tanti che abbiamo affittato un centro apposta, ma comunque potevano mangiare solo 300/400 persone alla volta, in turni di mezz’ora» Non mi sembra esattamente una cosa divertente, doversi ingozzare di cibo, dalla carne alla frutta al riso al dolce, in 30 minuti in un mega banchetto matrimoniale su turni, ma è forse meglio dei nostri pranzi eterni, con tutte quelle portate lente e pesanti? Di regola non vado ai matrimoni. «….via chat e Messenger» il rumore del treno ha tagliato la testa della frase e non saprò mai se Nishat e il marito si sentono via chat e Messenger, o se si sono conosciuti così. Se così fosse, sarebbe davvero una favola moderna: immagino siti di chat in bengalese, dove giovani emigrati in tutto il mondo fanno amicizia fra di loro, stringono promesse di matrimonio e convincono moderni genitori ad avvallarle. Fantascienza? Giuro che non guardo i film di Bollywood.
Porto a casa mille domande, e il saluto dolce di Nishat, che nell’ultima ora di treno si è messa a dormire per scrollarsi di dosso la stanchezza della settimana di feste, del mese di visite ininterrotte da amici e parenti, i 3 giorni di viaggio e il jet-lag. Ha continuato a darmi del Lei. Un’ora dopo esserci conosciute, facendo merenda mi ha chiesto «gradisce del pane?» Fosse stato uno stuzzichino bengalese, avrei trovato un posticino in pancia. Mentre dormiva, ho osservato Nishat – che pensa tanto ai soldi. Abbiamo calcolato che se fosse stato festeggiato in Italia, il suo matrimonio con 1200 invitati sarebbe costato almeno 84.000€ (con una media di 70€ a invitato); Nishat che in qualche modo vive come un vanto la spesa della sua famiglia di otto persone: 10mila euro solo di viaggio per celebrare il suo matrimonio. Osservo il vestito verde brillante, di un tessuto che sembra nylon e inadatto al freddo di oggi. Lo scialle, in tinta, è slabbrato a un capo. Quando il treno si ferma alla mia stazione scendo serena. So che ad attenderla, tra un’ora, ci sarà la sua famiglia. Trasporteranno il valigione. E solo a loro sarà dato vedere le stoffe, i gioielli e le foto del Bangladesh che contiene.
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