mercoledì 10 febbraio 2010

nella foto: Bertolaso mentre impara a zoppicare

martedì 9 febbraio 2010

la sai l'ultima di Ciancimino? sì

lunedì 8 febbraio 2010

grandi fratelli, piccoli padri

Accadono cose strane. Che uno voglia adottare un bambino, per esempio. Per vedere che succede a non trattarlo da cretino. A raccontargli che il suo gattonare ricalca un processo evolutivo che l'uomo ha compiuto in millenni e che del latte della Nestlè non c'è da fidarsi. Educare significa condurre, e già questa è una forzatura, perchè il piccolo non conosce la strada, è appena arrivato e se non ti segue va a letto senza cena.
O almeno questo capitava una volta. Adesso i figli sono vezzeggiati, in quanto voluti. Ma voluti perchè? Cosa manca a chi li pianifica? Forse qualcuno da prendere in giro.
Cos'altro hanno fatto i genitori che a Rovereto hanno protestato perchè per errore ai loro bambini invece che un film Disney è stato mostrato un film con una scena di suicidio?
Poveri bimbi: rischiano di avere un tabù in meno.

domenica 7 febbraio 2010

ninna nanna

A un anno dalla morte di Eluana e a quattro da quella di Coscioni, dei ricercatori pare siano riusciti a comunicare con un paziente che i medici avevano dichiarato in stato vegetativo. Una comunicazione che si limita ad un no e ad un sì: un sistema binario, un interruttore, certo, ma abbbastanza per risvegliare qualche angoscia mai sopita.
Tempo fa un paziente uscito dal coma dichiarò di non essere stato incosciente ma al contrario di aver inteso tutto quello che veniva detto e accadeva in sua presenza.
Si muore col cuore o col cervello? In altri termini è cardiaca o celebrale la morte? E siamo in grado di stabilirla?
Saremmo davvero morti, una volta sottoterra?
Buon riposo.

venerdì 5 febbraio 2010

compleanno



Strapperei l'urlo a un gabbiano per confonderlo e arrogarmi il suo diritto di urlare nel cielo.
DC

Ancora - sbagliando – ho appeso alle tue braccia l'attesa di essere felice. Le mie sono

stanche ma tu procedi, senza di me.  Oltre la porta richiusa sull'eco prestato alle tue parole. (Che t'importa? Mi hai aiutato a scardinare sovrastrutture e ipocrisie).
A che serve ridirti che a volte pesa di più, la solitudine?
Macinata nel ronzio idiota della radio al piano di sopra, e nelle vocette di bambini nella neve. Lancinante e mai calcificato. Dolore.
Strapperei l'urlo a un gabbiano per confonderlo e arrogarmi il suo diritto di urlare nel cielo.

Sulla tastiera, cocci di parole.
Mattoni di sillabe sfracellano dal calendario – com ple an no – an ni ver sa rio – a mo re – sotto gli occhi miei e molli. Non dette taciute confuse intorpidite lastricano il tratturo e io mi fermo. È arido e secco e io lo so, che è colpa mia. In fondo. Ma senza paratie non ho saputo arginare la slavina di me stessa ineluttabile.

E che cosa festeggiare non mi è chiaro. Non ho uno slancio non ho obiettivo, per questo sforzo di una diffusa allegria e di un sorprendente gaudio. Dello smantellamento singolo e preciso dei capisaldi della tradizione che mi ha covato, a volte, e di nascosto, mi rammarico. Patetica sosia e triste, di un clown. Solo e vecchio. Ogni ora il collo è più curvo. Il passo gravoso e il cerone più spesso. Spesso e grosso e unto e fangoso, mappa dei rilievi sulla faccia. Odio, in assenza di urli e di gabbiani, il sorriso inciso nelle pieghe del cappello, sullo scaffale dove lo prenderò stasera. E poi domani e l'indomani ancora con mano stanca. Stancamente onesta.
Stancamente piegata.
La vorrei rattrappita.


Gialla e chiusa e ferma nel giorno che temo. La resa dopo il vaglio che mi inquieta in momentanee sospensioni intorpidite sotto il lenzuolo e sull'autobus e al semaforo e nelle schiene appese a un bastone e su ciabatte lente.

Mai potrò uscirne come spogliandomi di una gonna.

Tanta mestizia ho avuto in dono. Senza saperla festeggiare.