venerdì 25 dicembre 2009

Siamo alla lotta darwiniana. Mi scrisse Gianni Solla ...


intervista a Gianni Solla
Vorrei squillare un po' come Kiambretti e far entrare con rullo di tamburi e personaggi circensi uno dei miei autori contemporanei preferiti. Mi piacerebbe saper scrivere come lui e mi dispiace non esserne capace. Detto senza invidia e con tanto godimento. E ammirazione. E felicità di poterlo leggere e di poterglielo pure dire.
con onore, commozione e irriverenza natalizia, la parola passa a lui (la mia intervista inizia con un po' di reverenti domande sceme. Mi scuso*)

La Donna Cannone: Hai mai pensato di scrivere un romanzo?
Gianni Solla: Ho già pubblicato un romanzo, seppure breve, si chiama Airbag edito da ad est dell’equatore. Il prossimo è previsto per la prossima estate, sempre per la stessa casa editrice che dimostra buongusto e al tempo stesso un certo piacere per l’autolesionismo.
DC: Quando hai iniziato a scrivere? e perché?
GS: Non mi ricordo da quando scrivo, impossibile stabilire una data. Narcisismo ed esibizionismo sono le ragioni invece, il motore diciamo, e una certa quantità di tempo libero tra un turno e un altro di lavoro. Se avessi un doppio lavoro non scriverei.

DC:Quando dove e come scrivi? Com'è la tua giornata tipo?
GS: Lavoro in un call center e scrivo quando non sono là, ma in realtà il lavoro funziona come campionario umano, un postalmarket di miserie che la gente mi spedisce a domicilio. La raccolta di materiale è importante.

DC: Si dibatte spesso se si scriva per sé o per gli altri. A quale ''scuola di pensiero'' appartieni?
GS: Da malato terminale di narcisismo, scrivo di me per gli altri, pertanto attraverso in diagonale le due scuole di pensiero. Io sono uno di quelli che comincia ogni frase con Io.

Pausa. Vado a sciacquarmi la tinta. No. Non sono bionda.
Sono rossa. La tinta permea lo spessore delle prossime domande*...

DC: I tuoi personaggi sono vivi-vividi e vividi anche da morti - parole asciutte e drammatiche. Attingi alla specie (dis)umana che ti circonda?
GS: Sì, prendo in prestito dettagli, comportamenti e da là metto su una storia. Al massimo impiego mezz’ora per storia, finito il tempo dove si arriva si arriva, non sono un perfezionista. Delle volte faccio delle domande alle persone che mi sono vicine, ma in linea di massima origlio le conversazioni nella metropolitana oppure alla posta, poi passo tutto nel tritacarne e scrivo le storie. Mi piacciono gli anziani perché parlano ad alta voce e non ti devi sbattere per ascoltarli negli autobus. Le storie migliori sono le tensioni familiari, le liti con i generi per questioni di soldi sono le mie preferite.

DC: Ho letto sul tuo sito che sei in cerca di un editore. Ci racconti la tua esperienza nel mondo letterario/scrittorio italiano?
GS: Ho molto materiale che sto cercando di compattare e includere in raccolte. Internet resta il mio mezzo preferito anche per cercare case editrici. Ho pubblicato delle cose, in genere materiale passato per il mio sito. Sono un blogger, mi piace il tempo zero tra scrittura e messa on line e feedback. Ogni tanto mi prendo del tempo, come adesso, e scrivo delle cose più lunghe, destinate potenzialmente a case editrici e forma cartacea per la comodità di leggere duecento pagine non al monitor. Inoltre il libro provoca una sospensione che il monitor di un blog non può riprodurre perché mentre leggi controlli la posta, facebook, le partite su livescore ecc.

DC: Fai progetti per la prossima scrittura o viene da sè?
GS: Faccio dei progetti, ma in linea di massima non li rispetto, quindi scrivo di cose e personaggi che emergono per entropia e che sopravvivono alla lotta darwiniana delle idee, alla confusione e alla mia mancanza di memoria del breve periodo. Questo genere di amnesia è fondamentale nella mia scrittura, diversamente finirei di scrivere di cose che mi ricordo veramente, invece sono solo frammenti amplificati dalla sedimentazione. In linea di massima è tutto falso.

il domandone DC: Com'è il rapporto di Gianni Solla con l'italiano medio? pare, nelle forme ricorrenti, nella grammatica semplificata, nel pensiero scarnificato - emergere il tuo spirito investigativo, analitico. Che riesce a essere disponibile, verso il lettore e verso il personaggio, attraverso il filtro ironico. È una finzione di italiano medio? dove tracci la linea di demarcazione? Come è il tuo italiano medio ideale? La città elegiaca su cui vorresti aprire gli occhi il mattino?
Le Interviste Scomode Su blog2piazzeGS: Questa risposta necessita di un artifizio retorico e di una rielaborazione: com’è il rapporto dell’italiano medio con Gianni Solla? Immagino che l’inversione dei fattori non dovrebbe modificare il senso della domanda, tuttavia dato che non ho nessun parere, è meglio sondare quello degli altri. L’italiano medio non esiste, se per medio non viene inteso mediocre. Esistono le persone con le loro paure (l’unica paura che deve essere tale è quella della morte, le altre immagino derivino tutte da questa) e dalle loro paure penso si evinca il pensiero della morte e della vita e della sopravvivenza. Alcuni mi aggrediscono, quando sono in macchina per esempio, altri mi lasciano passare perché pensano che io possa aggredirli, altri sono gentili perché così evitano il conflitto. L’ironia è un continuo processo di inversione dei fattori che cerca nella tragedia il ridicolo. Ci vuole intelligenza per ricreare l’artificio, ma anche paura di qualcosa perché si senta la necessità di ironizzare.

Non cerco stereotipi o archetipi, cerco di rifarmi al mio materiale che risiede nei miei ricordi e che le mie scarse capacità mnemoniche alterano, pertanto è tutto inventato, sia negli eventi che nei modelli di rifacimento. Tutte i posti hanno in sé i caratteri della commedia e della nostalgia e delle loro infinite sfumature. Come la guardi al mattino, dipende da cosa hai bevuto la sera.

Grazie Gianni!



Uno dei miei racconti preferiti di Gianni Solla è

BLUES IN FA MINORE


"Che belle gambe che c’hai Laura”.

“Davvero dici, non sono diventata vecchia, io bella non lo sono stata mai”.
Le accarezzai un poco la guancia e facemmo l’amore. Il letto per le botte sbatteva in faccia al muro e con il tempo l’intonaco si era crepato in determinati punti. Venni sul lenzuolo e con un lembo mi pulii.
“Sono contento che tu sia ritornata, la casa stava andando in malora”.
“Mi dispiace, non me ne andrò mai più”.
Laura mi accarezza i capelli mentre le tenevo la nuca sul grembo. Con le dita mi faceva i riccioloni sui pochi capelli che mi restavano.
“Per le due settimane che sei stata via non ho fatto nulla in casa, avevo deciso di lasciare marcire le cose, di far scadere il latte nel frigo e pure di far morire il gatto di fame. Per dieci giorni la bestia non ha avuto croccantini e a bere beveva da sotto alle fontane che per fortuna sua non si chiudono bene. Guarda come si è fatto secco, c’ha le ossa del torace tutte da fuori”.
“Ti prego non raccontarmi queste cose”.
“Adesso non te ne andrai di nuovo da quello, vero?”.
“Te lo prometto che non ti lascerò più”.
“E’ stato un inferno. La notte c’avevo dei bruciori che sembravano lampi dentro alla pancia e certi incubi tutte le notti m’assalivano. Mi sognavo dei diavolacci che mi tenevano per le caviglie e poi mi lasciavano cadere in un fosso nero e profondo e il sogno era così reale che sentivo l’odore della terra umida dentro alle narici”.
“Ti prego smettila”.
“Penso che quei sogni in un certo modo erano i miei sensi di colpa che prendevano forma che s’incarnavano dentro ai diavolacci e poi la caduta simboleggiava lo sprofondare dentro alle viscere della terra, all’inferno per le cose di male che ho fatto. E quale punizione più giusta in fondo, se non quella di perderti”.
“Non ti lascerò mai più, né te né il gatto”.
“Il gatto non ti è mai piaciuto”.
“Anche lui mi è mancato, in fondo tutti e tre siamo una famiglia”.
Mi alzai dal letto con il coso moscio in mezzo alle cosce e andai verso la cucina. Le piante dei piedi restavano attaccate al pavimento per il sudicio che si era ammassato e quando si staccavano facevano un rumore di ventosa. Arrivai al frigorifero a prendere un bicchiere d’acqua. Il freddo del frigorifero mi fece gelare i peli sulla pancia. Ero messo male, ma adesso che c’era Laura bisognava fare qualche cosa, non potevo lasciare che se ne andasse di nuovo con quello. Sotto agli occhi c’avevo delle rughe profonde, al centro della testa non c’avevo più capelli e pure i denti stavano marcendo. I due grossi davanti a toccarli un poco si muovevano per non parlare di quegli altri sul fondo della bocca che erano neri. Presto avrei dovuto mettere qualche schifoso dente finto in bocca e per lavarlo avrei dovuto estrarlo e sciacquarlo sotto al lavandino facendo attenzione a non farlo cadere dentro al buco dello scarico. Tutto ci avevo perso dentro al buco dello scarico negli anni, e anche il dente finto ci sarebbe caduto dentro andandosi a congiungere con il resto delle cose che avevo perduto. Forse gli operai delle fogne tenevano le mie cose dentro ad una scatola e prima o poi me le avrebbero recapitate. Bevvi il mio bicchiere d’acqua e ritornai verso la stanza da letto. Lungo il corridoio mi prese di nuovo quel crampo di angoscia dentro allo stomaco perché in fondo lo sapevo che Laura se ne sarebbe andata di nuovo con quell’altro. Lei pure non stava messa tanto meglio di me. Sotto al collo c’aveva una ruga grossa e le guance le si stavano scavando sulla faccia. Per difendersi dalla morte a lei veniva facile di scappare dentro al letto di qualcun altro, poi le venivano i sensi di colpa oppure la ricacciavano e Laura se ne tornava dentro al letto mio. Mi prometteva di non andarsene più e poi se ne andava per un mese, oppure tre mesi come l’anno scorso quando mi telefonò da Genova per dirmi che tra noi era finita e che era andata a stare con uno. Mi staccò il telefono mentre piangeva a dirmi che le dispiaceva che era stata una decisione sofferta ma che bisognava farlo per il bene di tutti e due, specie per il mio che non mi meritavo una cosa così, che proprio non me lo meritavo. Restai attaccato al filo del telefono pensando che Laura fosse rimasta in silenzio e che non c’aveva più niente da dirmi. M’accorsi che aveva staccato da dieci minuti e il silenzio siderale che s’era creato sembrava quello delle viscere della terra, dello spazio infinito, dello spazio tra un elettrone e un altro dentro agli atomi. Rientrai dentro alla stanza da letto e lei se ne stava di schiena, con il lenzuolo sopra al culo che oramai se ne stava scendendo. Forse con il tempo Laura non sarebbe più stata la bella donna di un tempo e sarebbe diventata mia per sempre. Stava quasi dormendo, forse nella fase rem perché le palpebre le sbattevano forte e sbatteva anche i denti. Lo faceva sempre prima di addormentarsi. Chissà se anche gli altri uomini le sapevano tutte queste cose di Laura.






2 commenti:

rita ha detto...

letto tutto d'un fiato, personaggio interessante e certamente da portarsi dietro per affogare le noiose giornate di festa fra parenti e panettoni.il libro s'intende.ciao cara buone feste

Madame Urbetzkj ha detto...

Molto bello. Crudo, sensuale, pulsante