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venerdì 27 novembre 2009

1000 e un post: i fratelli Moustache



I Fratelli Moustache sono un gruppo di comici birmani che si oppongono, a colpi di satira, al regime militare di Yangoon (ex Rangoon) che tiene in pugno l'odierno Myanmar. Come si legge dai cartelli finali di questo sketch di presentazione, i tre "fratelli" sono stati arrestati per ben tre volte e sono ancora sotto sorveglianza. Grazie alla comicità e al sostegno del pubblico della rete, essi tentano di mettere a conoscenza l'intera comunità internazionale degli abusi, delle violenze e dei crimini che la giunta militare attua nei confronti di cittadini innocenti. Sosteniamoli e aiutiamoli nella loro incredibile impresa. Chissà, magari qualche risata informale potrà aiutare la diplomazia istituzionale ad accelerare il suo corso. Spero di trovare presto questo video nei vostri blog, tra le vostre email e nei vostri profili. A tal proposito, ringrazio un tweet di Internazionale per avermi messo a conoscenza di questi buffi e incredibili personaggi! Come suggerito da Tommi di Blog Internazionale.

venerdì 30 ottobre 2009

sabato 17 ottobre 2009

Ambientiamoci – Greenwash e le confessioni di un eco-peccatore

Ambientiamoci – Greenwash e le confessioni di un eco-peccatore Greenwash http://www.guardian.co.uk/environment/series/greenwash è una rubrica ambientalista del sito del Guardian - potete trovarla anche su Internazionale - che smaschera le bugie che le pubblicità ci "vendono" su prodotti cosiddetti green ma che, in realtà, hanno un loro impatto sull'ambiente. Le aziende, ovviamente, sanno che i loro prodotti non sono ecologici come ci voglio far credere ma, ciononostante, mentono. Da questo presupposto e dalla curiosità di conoscere la storia delle cose che acquistiamo nei nostri supermercati, Fred Pearce, giornalista e saggista britannico, ha scritto un libro di recente pubblicazione in cui racconta il suo viaggio in più di venti paesi per conoscere le persone e i luoghi da cui provengono le cose che usiamo quotidianamente. Ci racconta del Mare di Aral ormai prosciugato perché utilizzato dalle industrie di Bangladesh e Uzbekistan per produrre T-shirt di cotone che vengono vendute nei paesi occidentali. Ci racconta delle donne pagate 8 centesimi di euro all'ora che lavorano in queste fabbriche e che sono felici di essere sfruttate perché per loro questa situazione è comunque migliore di quella che hanno lasciato nei villaggi: dobbiamo continuare ad anteporre i diritti umani (in questo caso delle donne) o l'etica ambientale? Ci racconta dei fagiolini kenyoti che Pearce ha deciso di continuare a comprare anche se il loro impatto ambientale dovuto al trasporto è considerevole (apriti cielo: in sala come nella prefazione al libro scritta da Luca Mercalli http://www.wuz.it/recensione-libro/3713/confessioni-ecopeccatore-fred-pearce-ambiente-luca-mercalli.html). Perché? Perché ha constatato che i contadini che li coltivano ne ricavano un effettivo benessere: dobbiamo aiutare gli agricoltori kenyoti o ridurre la propria impronta di CO2? E ancora: la cioccolata proveniente dalla Costa d'Avorio e dal Camerun deve essere boicottata poiché lo stesso Pearce ha scoperto che i contadini che coltivano il cacao non sanno nemmeno che gusto abbia la cioccolata. In questo caso non c'è "diritto" che tenga. Insomma il libro ‘Confessioni di un eco-peccatore. Viaggio all'origine delle cose che compriamo’ http://www.edizioniambiente.it/eda/catalogo/libri/336/ non da una risposta concreta ed univoca sul comportamento che un cittadino sensibile a certi temi dovrebbe tenere. Anzi. Diversi passaggi del libro ed il racconto fatto personalmente da Pearce hanno destato perplessità. Uno spettatore in sala ha addirittura sollevato la possibilità che lo stesso libro sia un caso di greenwash. A mio avviso la linea di pensiero tenuta da Pearce si espone facilmente a critiche per un semplice motivo: non pone la tutela dell'ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici al centro delle sfide che l'umanità si trova ad affrontare oggi. Al contrario, mantiene l'uomo e il raggiungimento del suo benessere al centro e l'ambiente come qualcosa che dev'essere funzionale al suo sviluppo: una visione antropocentrica dell'ambiente che, secondo me, rischia di sottovalutare l'irrimandabile soluzione che il problema dell'effetto serra ci propone. Tommaso Perrone di Blog Internazionale.

giovedì 16 luglio 2009

Ambientiamoci – Gli 8 eroi e la lotta ai cambiamenti climatici.

A luglio riprende la rubrica Ambientiamoci dopo la sosta forzata di giugno e per l’occasione ho deciso di riportare il paragrafo della dichiarazione “Leadership responsabile per un futuro sostenibile” che fa riferimento ai cambiamenti climatici (Cambiamenti climatici e ambiente – lotta ai cambiamenti climatici) pubblicata a termine della prima giornata – 8 luglio – dei lavori del G8 dell’Aquila. “Come mai?” vi chiederete. Un po’ per informazione – visto il poco spazio riservato dai media italiani all’argomento, più impegnati ad incensare l’organizzazione che ad altro – un po’ per monito. Infatti il prossimo dicembre (7-18) si terrà la “nuova” Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici a Copenhagen che dovrebbe sostituire e rafforzare gli impegni presi a Kyoto. Conoscere gli impegni presi formalmente in questo G8 potrà essere un buon metodo di pressione affinché vengano mantenuti. Tommaso Perrone. “63. Questo è un anno cruciale per intraprendere a livello globale azioni rapide ed efficaci per combattere i cambiamenti climatici. Sottolineiamo l‟importanza della decisione presa nell‟ambito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite contro i Cambiamenti Climatici (UN Framework Convention on Climate Change - UNFCCC) di avviare concretamente i negoziati per raggiungere un accordo globale ed inclusivo per il post-2012 entro la fine del 2009 a Copenaghen, come stabilito dalla Conferenza di Bali nel 2007. Dobbiamo cogliere questa decisiva opportunità per raggiungere un ambizioso consenso globale. 64. Riaffermiamo il nostro impegno nell‟ambito dei negoziati dell‟UNFCCC per il raggiungimento di un accordo globale, inclusivo e ambizioso per il post 2012 a Copenaghen, che coinvolga tutti i paesi e sia in linea con il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità. In questo contesto, sottolineiamo l‟importanza del contributo del Foro delle Maggiori Economie su Energia e Clima (Major Economies Forum on Energy and Climate - MEF) per raggiungere un risultato positivo a Copenaghen. Chiediamo a tutte i Paesi che partecipano all'UNFCCC e al Protocollo di Kyoto di assicurare che i negoziati che si svolgano in tali ambiti si concludano con un accordo globale, coerente ed efficace dal punto di vista ambientale. 65. Riaffermiamo l‟importanza del lavoro svolto dall‟Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), in particolare il IV Rapporto di Valutazione, che costituisce la valutazione più completa della comunità scientifica. Prendiamo atto dell‟opinione scientifica ampiamente condivisa che l‟aumento medio della temperatura globale al di sopra dei livelli preindustriali non dovrebbe superare i 2°C. Visto che tale sfida globale può essere affrontata solo con una risposta globale, reiteriamo la nostra volontà di condividere con tutti i paesi l‟obiettivo di raggiungere una riduzione di almeno il 50% delle emissioni globali entro il 2050, riconoscendo che ciò implica che le emissioni globali dovranno raggiungere il picco prima possibile e poi decrescere. All‟interno di questo processo, siamo favorevoli anche a un obiettivo dei paesi industrializzati di ridurre le emissioni di gas serra nel loro insieme dell‟ 80% o più entro il 2050 rispetto al 1990 o ad anni più recenti. In coerenza con questi ambiziosi obiettivi di lungo termine, adotteremo significativi obiettivi aggregati ed individuali di riduzione di medio termine prendendo in considerazione che gli anni di riferimento possono variare e che gli impegni devono essere comparabili fra loro. In modo simile, le maggiori economie emergenti devono intraprendere azioni quantificabili per ridurre le emissioni in modo aggregato significativamente al di sotto dello scenario business as usual, rispetto ad un anno determinato. 66. Riconosciamo che la graduale eliminazione degli idro-cloro-fluoro-carburi (HCFC), come previsto dal Protocollo di Montreal, sta conducendo ad un rapido aumento dell‟utilizzo di idro-fluoro-carburi (HFC), alcuni dei quali sono dei potenti gas serra. Per questa ragione, lavoreremo insieme ai nostri partner per garantire che la riduzione delle emissioni di HFC venga perseguita nel contesto più appropriato. Siamo inoltre impegnati nell‟intraprendere rapide azioni per affrontare altri agenti che alterano il clima come il nerofumo (black carbon). Tuttavia, questo impegno non deve impedirci di effettuare ambiziose e urgenti riduzioni di altri gas serra che durano a lungo nell‟atmosfera, che devono restare una priorità.” Fonte: G8 Summit 2009 – sito ufficiale – Atti del Vertice

giovedì 16 aprile 2009

ambientiamoci – puo’ un semplice ombrello salvare il pianeta?

Fra pochi giorni, il 22 Aprile, inizierà la settimana del Design di Milano, una delle più famose fiere di design del mondo. Sei giorni in cui progettisti, aziende e università da ogni parte del globo si ritroveranno per presentare gli ultimissimi progetti di loro produzione. Da anni il tema dell’ ecodesign è sempre più presente al cosiddetto “Salone”: design fatto di materiali riciclati, biomateriali, progetti realizzati con impianti “verdi”, con energie rinnovabili, prodotti di riuso e riciclo. Ci si aspetta che quest’anno il “green” sia davvero il trend trainante dell’intero evento perché questo significherebbe per una disciplina usata e bistrattata, fino a diventare sinonimo di “oggetti-belli-ma-assolutamente-inutili”, di poter ristabilire la sua originaria responsabilità: creare prodotti utili, funzionali e intelligentemente pensati. Molte sono le vie per il “green” che i designer possono intraprendere alla base della quale c’è un dibattito molto acceso su cui spesso gli esperti ritornano: fare design ecosostenibile significa progettare prodotti durevoli, resistenti (come la FordT, un'auto per tutta la vita)? O significa prendere coscienza del fatto che il consumo è divenuto un fenomeno rapido, in cui le persone vogliono continuamente cose nuove, e allora è necessario fare prodotti che soddisfino questi desideri, ma facendolo in modo intelligente – per esempio con sistemi produttivi, materiali e tecniche a basso (o nullo) impatto ambientale? Parrebbe che entrambe le soluzioni siano corrette. La prima un po' più utopica, la seconda un po' più realistica. Ci sono poi progetti che si collocano su una strada intermedia. OMBreLLO the reusable (http://www.ombrellothereusable.com/) è uno dei progetti di green design che verrà presentato alla settimana del Design: un ombrello riutilizzabile progettato dalle designer italiane Alice Bertola e Barbara Civilini (http://www.ombrellothereusable.com/alice-bertola-e-barbara-civilini.html) OMBreLLO the reusable vuole dare il suo piccolo contributo per rendere il mondo più verde, sensibilizzando la società sulla tematica del riutilizzo per abbattere la quantità di rifiuti prodotti inutilmente. u La scelta dell’ombrello come oggetto di studio è stata dettata da una analisi dei comportamenti della “gente di città”: quest’inverno in tutta Italia ha piovuto (e nevicato) davvero tantissimo, ed è stato possibile osservare quanti ne vengono continuamente usati, rotti e buttati via ogni giorno. L’ombrello è diventato usa-e-getta, sebbene non sia stato pensato per essere tale. E i suoi tempi di smaltimento sono lunghissimi. Il progetto consiste in un simpatico ombrello pensato per poter essere riutilizzato dopo che si sarà rotto: un’idea semplice ma efficace per allungare il ciclo di vita di un prodotto d’uso quotidiano, che andrebbe altrimenti ad incrementare quella montagna di rifiuti che sta sempre più invadendo il nostro pianeta. Il disegno della tela è composto da una serie di cartamodelli che permettono di realizzare delle ghette anti-pioggia, un copri sellino per la bicicletta o una borsa, con estrema facilità e in tempi brevissimi. Un vero e proprio “fai da te for dummies” Il progetto verrà esposto per la prima volta durante la Settimana del Design di Milano, in via Savona 17, con il patrocinio di Legambiente (http://www.legambiente.it/), la più diffusa associazione ambientalista in Italia e il supporto di Lush (http://www.lush.it/main/), EdenExit (http://www.edenexit.com/), Azienda Agricola Contessa (http://www.vinicontessa.it/), Plose (http://www.acquaplose.it/) e Manzurò (http://www.monzuro.it/). Alice Bertola per Blog Internazionale (http://www.bloginternazionale.com/).

mercoledì 25 marzo 2009

Ambientiamoci – The New World

Essendo il sottoscritto un Mac-user, perdonerete voi utenti di Windows questo ironico paragone che sto per fare a seguito della notizia di cui sto per parlarvi. Quando ho letto che The Indipendent afferma che le nuove centrali nucleari o, se volete dirla diversamente, le centrali nucleari di ultima generazione, sarebbero più potenzialmente dannose di quelle attuali, mi sono detto: " Toh, proprio come Windows! Esce un nuovo sistema operativo e tutti si tengono ben stretto quello precedente che, per loro stessa ammissione, é di solito meglio di quello nuovo!" E la cosa in sé è davvero curiosa: se realizzi un prodotto nuovo, si pensa debba essere migliore (leggasi quindi nel nostro caso più sicuro e maggiormente produttivo) di quelli precedenti. Invece dall’articolo sembrerebbe che "il rischio di incidenti con queste nuove tecnologie è sì più basso, ma, nel caso avvenga una fuoriuscita di radiazioni, questa sarebbe più consistente e pericolosa che non in passato. Tra i documenti esaminati, ce n'è uno secondo cui le perdite umane stimate potrebbero essere doppie". Si tratta di un rapporto dell'azienda francese Edf ossia quella che ha stipulato di recente l'accordo con Enel. So che esistono persone che ritengono questo rapporto e l'articolo in questione non precisi. Resta il fatto che i rischi esistono e nel dubbio credo sia sempre meglio preservare la nostra "salute" senza rischiare di scoprire invece che erano esatti.

Quindi riassumendo viene calpestato un referendum che, comunque lo si voglia considerare, aveva de facto impedito l'utilizzo dell'energia nucleare; non si considerano le energie alternative né si investe su di esse; non si richiede al limite con nuovo referendum di far abrogare questo "divieto" esistente dai cittadini ed, infine, non si degnano neanche di avvertirci e/o informarci di come queste centrali, che poi troveranno tra l'altro forse realizzazione tra moltissimi anni, già adesso destano molte perplessità sulla loro efficacia in materia di sicurezza. In sostanza, si potrebbe anche temere che si stiano gettando le basi per un "Nuovo Mondo"... The New World E' come essere in una fiera Gli imbonitori all'angolo ti convincono che l'ultima loro diavoleria L'ultimo loro intruglio Sono sublimi. Il Nuovo avanza Come dentro un marcio manifesto futurista Maleodorante e tagliente Come latta arrugginita. Scorie dilagano E fumi assassini Si spargono nell'aria. "Sono sicure, tranquilli, ve lo garantiamo"! Tre teste piangono Da un unico occhio. Feti "nati" Con l'asbesto nel cuore Ed il Radon nei polmoni Feti morti Con una smorfia A dipingere nel cielo il loro sarcastico sorriso Per illuminare la loro anima. Siamo rimasti in pochi, Di "normali" nessuno. E nell'oscurità di nubi radioattive E di soli morenti Attendiamo solo di spegnerci Per non inquinare più. DANIELE VERZETTI, ROCKPOETA

lunedì 16 marzo 2009

Ambientiamoci – Verità e bugie sul nucleare.

Premessa: L'articolo che segue non risponde al mio pensiero. Avendo aderito alla proposta di Tommy (BlogInternazionale) per la rubrica ''Ambientiamoci'', lo spazio del Blog2Piazze non viene meno, per garantire la pluralità delle voci in dibattito. DC 1) Perché l'energia nucleare prodotta sulla Terra è oggetto di una rivalutazione? Si può meglio comprendere la potenzialità dell’energia nucleare se si va ad analizzare la situazione energetico-ambientale in cui ci troviamo. Oggi gran parte dell’industria energetica si basa sugli idrocarburi: carbone, petrolio e gas naturale. Due sono gli aspetti che interessano maggiormente questo fatto e per la precisione si tratta del costo in continua ascesa di questi combustibili, e della quantità di gas clima-alteranti prodotti dalla loro combustione. Mentre la tecnologia ha permesso di abbattere quasi totalmente tutti gli inquinanti pericolosi per la salute dell’uomo (CO, SO2, NOx, particolato), l’anidride carbonica è il prodotto della combustione, e non è eliminabile. Il mondo occidentale (ad eccezione degli USA) si è imposto tramite la sottoscrizione del protocollo di Kyoto di ridurre le emissioni di CO2 per preservare il clima del pianeta. Questo implica molte scelte strategiche nell’industria energetica, che è la maggiore produttrice di questo gas. Non c’è un’unica soluzione, ma diverse strategie l’una complementare all’altra: il potenziamento delle rinnovabili, il risparmio energetico e il potenziamento del nucleare. 2) Perché non è possibile basarci solo sulle fonti rinnovabili? Perché queste ultime sono troppo costose e non offrono garanzia di stabilità di produzione. Mi spiego meglio. Dando per assodato che l’idroelettrico è quasi interamente sfruttato nel mondo occidentale, e che il solare ha ancora oggi costi inaccettabili (costa 8-10 volte l’energia da fonti convenzionali), l’energia eolica sembra la risorsa più promettente. L’Europa sta attualmente incrementando ogni anno la potenza eolica installata. Ma si pone un limite: a causa dell’aleatorietà dei fattori ambientali, occorre che ci sia una riserva rotante in grado di sopperire all’eventuale caduta del vento e quindi alla mancata potenza di produzione da parte dell’eolico. Per riserva rotante si intende la capacità di centrali a combustibile, in particolare turbogas che funzionano a regimi parzializzati, di essere in grado di attivarsi per compensare i cali di potenza delle rinnovabili. Possiamo incrementare la potenza eolica e in generale quella rinnovabile incostante fino al limite tecnico del 20-30% della potenza totale installata. Oltre la rete potrebbe collassare. Rimane un bel buco da colmare con altre fonti energetiche… 3) E perché il nucleare? Quali garanzie offre? L’energia nucleare ha due grandi vantaggi: il primo è la totale assenza di gas esausti prodotti. Non produce né inquinanti, né CO2. Questo fattore assume una rilevanza fondamentale se si pensa alla sfida che ci siamo posti con la sottoscrizione del protocollo di Kyoto; in secondo luogo, ancora oggi la fonte nucleare risulta essere la più economica, a parità o addirittura sopra quella del carbone. Inoltre le centrali nucleari producono grandi potenze in poco spazio, e questo si adatta perfettamente alla realtà europea, determinata da aree densamente popolate con una concentrazione energetica molto forte. Infine occorre parlare del fatto che il nucleare è una fonte energetica propria: anche non avendo il combustibile sul suolo nazionale, esso costituisce solo una piccola parte dei costi (non più del 20%); gran parte del prezzo dell’energia venduta va a ripagare l’impianto e la sua gestione, nazionalizzando i ricavi e rendendo la Nazione che lo possiede in buona parte indipendente dall’estero.
4) La rinascita del maggio 2004: il caso di James Lovelock e il nucleare nei PVS* Il movimento ambientalista si è sempre dichiarato contrario al nucleare, non tanto per la sicurezza delle centrali ma per il discorso dello smaltimento delle scorie. Nel 2004 James Lovelock, uno degli studiosi più autorevoli e inventore della teoria di Gaia, ha cominciato a vedere la risorsa del nucleare da un altro punto di vista. In particolare egli ha rivisto l’ordine di gravità dei problemi che minacciano l’ambiente. Nel momento in cui il cambiamento climatico risulta essere un rischio più grave rispetto alla pericolosità potenziale delle scorie radioattive, le soluzioni possibili vengono rivalutate. Lovelock sostiene che al punto a cui siamo arrivati oggi il ritardo sullo sviluppo delle rinnovabili è talmente grande che non c’è più tempo per usarle come soluzione concreta. L’unica speranza per abbassare le emissioni di anidride carbonica in maniera utile e significativa è vista ora nel nucleare. Questa tecnologia diventa quindi la soluzione temporanea per combattere il cambiamento climatico e per consentire alle rinnovabili di maturare tecnologicamente. In particolare la costruzione di nuove centrali nucleari nei Paesi in Via di Sviluppo è secondo molti, tra cui Tim Flannery autore del libro “I signori del clima”, altamente desiderabile dal punto di vista globale perché queste andrebbero a sostituire molti impianti a combustibile fossile, estremamente inquinanti e nocivi per l’uomo oltre che per l’ambiente. Si prevede che la Cina, che attualmente produce la sua energia per il 70% da combustibili fossili rispetto ad un 25% circa su scala globale, ordinerà due nuove centrali elettronucleari all’anno per i prossimi vent’anni, mentre sono state autorizzate o stanno per ottenere la concessione diverse decine di centrali in India, Brasile, Iran, Pakistan e Corea del Sud. Mentre, tra i Paesi industrializzati nuove centrali sono previste in Francia, Russia, Giappone, Canada e Finlandia a cui di recente sembrano essersi aggiunte Svezia e Italia. 5) Fattori negativi 1: la gestione delle scorie radioattive, perché è così difficile trovare un sito di stoccaggio? Ciò che rende difficile trovare un luogo adatto per il deposito definitivo delle scorie è la sua stabilità del tempo. Esistono tre tipi di scorie radioattive: quelle a breve, a medio e a lungo tempo di dimezzamento. Mentre per quanto riguarda le prime due i tempi di attesa perché la loro pericolosità si annulli risultano essere entro termini accettabili (si va dai 10 anni della maggior parte delle scorie, ai 100 della parte più contaminata), il problema principale sussiste per alcune parti delle barre di combustibile esaurito. Queste posso impiegare anche tempi nell’ordine di migliaia di anni per perdere la loro pericolosità. Il lato positivo è che queste scorie così pericolose sono poche. Una grande centrale nucleare ne produce non più di 3 metri cubi l’anno. Il lato negativo è che non si può pensare di conservare questi materiali sulla terraferma a causa del prolungato tempo di attesa. La soluzione più appropriata ricade su pozzi scavati nel sottosuolo in aree geologicamente stabili. Le collocazioni per questi depositi vengono quindi studiate facendo previsioni sugli spostamenti tettonici e climatici in modo da garantire le condizioni di impermeabilità del suolo entro cui costruire il deposito anche dopo 100 – 200 anni. Ma se vogliamo andare avanti a periodi tra 5000 e 10 000 anni da oggi, nulla è più certo e si ragiona solo per probabilità di rischio. Vengono fatte simulazioni di cataclismi e si dimensionano le strutture del deposito per contenere entro certi limiti eventuali fuoriuscite di materiali pericolosi al fine di tutelare la salute pubblica. Nel frattempo vengono studiati reattori particolari in grado di trasformare artificialmente i rifiuti a lungo termine in rifiuti a medio termine. Certamente molti vedono negativamente questo tipo di soluzioni, viste quasi come un “nascondere lo sporco sotto il tappeto”. È uno dei lati deboli del nucleare. Come tutte le tecnologie ci sono pro e contro. Ora purtroppo si tratta di stimare quali “contro” siano peggio per il nostro Pianeta: i depositi sotterranei oppure le emissioni di gas serra delle altre fonti energetiche?
6) Fattori negativi 2: la sicurezza degli impianti Non si può prendere Chernobyl come esempio per dimostrare la sicurezza degli impianti nucleari normalmente costruiti. Il reattore russo infatti non era dotato delle strutture di sicurezza di cui tutti i reattori per scopi civili devono essere forniti. Per essere chiari, Chernobyl non possedeva la cupola di cemento armato in grado di contenere qualsiasi esplosione o fuga di materiale pericoloso dal reattore stesso. Il motivo di questa mancanza era lasciare lo spazio al carroponte che doveva poter estrarre plutonio dal nocciolo per produrre armi nucleari. Inoltre al momento del disastro tutti i sistemi di sicurezza erano stati scollegati per consentire ai gestori della centrale di fare esperimenti al limite della coscienza umana. Anni prima, il reattore di Three Mile Island subiva lo stesso tipo di danneggiamento del reattore, ma le strutture contenitive hanno evitato la fuoriuscita di sostanze contaminanti, e l’incidente si è risolto senza nessun tipo di problema alla salute pubblica. Ma tornando alla questione iniziale, il problema della sicurezza non può quasi essere chiamato “problema”, semmai una “questione”. La tecnologia oggi è in grado di fornire sistemi attivi e passivi tali che rendono trascurabili i rischi di incidenti e soprattutto di contaminazione dell’ambiente circostante. 7) Fattori negativi 3: la proliferazione nucleare per scopi non-civili Credo che questo sia uno dei problemi principali di questa tecnologia. Dotarsi del know-how del nucleare civile significa anche dotarsi potenzialmente di quello per scopi militari. In particolare la questione diventa spinosa quando paesi particolari come l’Iran o la Corea del Nord potrebbero chiedere o chiedono di partecipare al progetto dell’energia nucleare. È possibile concedere al alcuni paesi di avvalersi di questa risorsa e ad altri no? È un problema ancora oggi aperto. L’unica soluzione possibile appare essere quella, già intrapresa, di un organo di controllo internazionale come l’AIEA (o IAEA secondo l’acronimo inglese) di cui ogni nazione con un industria nucleare deve accettare i controlli. Ma per ora questo sistema non è ancora pienamente funzionante. Giorgio Restori
dottore in “Scienze ingegneristiche” e
laureando in “Ingegneria energetica”
presso il Politecnico di Milano.
*paragrafo scritto insieme a Tommaso Perrone.

mercoledì 18 febbraio 2009

Ambientiamoci – Tutti possiamo controllare i cambiamenti climatici

Ci siamo, il 16 febbraio è arrivato e con lui anche questa nuova rubrica che in poco tempo ha già raccolto l’adesione di diversi sostenitori. Infatti, se prossimamente vi ritroverete nuovamente di fronte a queste parole navigando per la blogosfera, non allarmatevi! Il senso di questa rubrica dal titolo Ambientiamoci” è proprio quello di unire bloggers e semplici cittadini accomunati dalla sensibilità verso il rispetto dell’ambiente che ci circonda. Perché il 16 febbraio? Perché esattamente 4 anni fa entrò in vigore l’ormai famoso Protocollo di Kyoto. Brevemente: esso prevede, entro il periodo di adempimento 2008-2012, una riduzione non inferiore al 5,2%, tramite obbligo in capo agli Stati aderenti, delle emissioni di elementi inquinanti (i famosi “gas serra” ) rispetto ai valori registrati nel 1990. L’Unione europea si è fissata una riduzione non inferiore all’8%. Per ulteriori informazioni riguardanti il suo contenuto, consultare, di seguito, il testo dell’accordo in italiano. Lo scopo di questo articolo, invece, è quello di cominciare a fare un bilancio e tirare delle conclusioni, specialmente dal punto di vista del “vecchio continente”. Numerose iniziative sono già state attuate sia a livello europeo sia a livello nazionale. Per rispettare gli obiettivi del Protocollo, nel marzo 2000 la Commissione europea ha lanciato il “Programma europeo sul cambiamento climatico” (PECC). Come si può leggere sul sito dell’UE www.climatechange.eu.com, «nel quadro del programma, i funzionari della Commissione lavorano insieme ai rappresentanti dell'industria, alle organizzazioni ambientali e ad altre parti interessate per identificare le misure più efficaci ed economicamente vantaggiose per la riduzione delle emissioni. Da allora sono già state adottate oltre 30 di queste misure». La più famosa è il “programma di scambio delle quote di emissione” lanciato il 1° gennaio 2005. I governi europei hanno assegnato quote annue di emissione di CO2 a circa 10.500 impianti e stabilimenti ad elevato consumo, responsabili di circa la metà delle emissioni di CO2 in Europa. Gli stabilimenti che ne emettono meno possono vendere le loro quote in eccedenza ad altri impianti meno efficienti. Il sistema dovrebbe spingere ad una riduzione delle emissioni poiché le società che eccedono i loro limiti di emissione senza coprirli con quote acquistate da altre società sono soggette a penali salate. Inoltre, «altre misure del PECC sono volte a ridurre i consumi delle automobili e ad aumentare il rendimento energetico degli edifici (un buon isolamento può ridurre i costi di riscaldamento fino al 90%), ad aumentare l'impiego di fonti di energia rinnovabili quali il vento, il sole, le maree, la biomassa, l’energia geotermica e a ridurre le emissioni di metano dalle discariche». Infine, l’UE, sganciandosi dal resto del Mondo, ha deciso di sottoscrivere un nuovo accordo (il cosiddetto “pacchetto 20-20-20”) che supera di gran lunga gli obiettivi previsti da Kyoto: «l’impegno preso consiste nella riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra del 20% (rispetto ai livelli del 1990) entro il 2020. Per conseguire l’obiettivo del 20%, le iniziative esistenti, quali il programma di scambio delle quote di emissione, verranno integrate da nuove misure volte, in particolare, a incrementare l’efficienza energetica del 20% entro il 2020, a portare la quota di fonti rinnovabili al 20% entro il 2020 e a dotare le nuove centrali energetiche della tecnologia di cattura e stoccaggio di anidride carbonica». Quali sono i risultati di questi impegni? Secondo il sito delle Elezioni europee 2009, l’ultimo rilevamento dell’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) del 2007, le emissioni reali sono diminuite dello 0,8% (35,2 milioni di tonnellate di equivalente CO2) in un anno, ossia del 2% rispetto all’anno di riferimento, il 1990. Tale dato va tuttavia ridimensionato, dal momento che l’emissione dei gas a effetto serra rimane superiore dell’1,4% all’anno 2000. Si tratta inoltre di un risultato inferiore all’ipotesi iniziale, in quanto rappresenta solo un quarto dell’obiettivo stabilito». Ovviamente questa media vede delle “punte di diamante” e dei “pessimi allievi”: tra i primi troviamo la Finlandia (-14,6 %), i Paesi Bassi (-2,9 %) e la Germania (-2,3 %), tra i secondi l’Italia (che dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 6,5% e dal 1° gennaio 2008 sta accumulando un debito di 4,1 milioni di €/giorno per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto all'obiettivo previsto dal Protocollo – ad oggi siamo a quota 1 miliardo e 700 milioni di € circa), la Danimarca e la Spagna che invece di ridurre, hanno aumentato le loro emissioni a causa dell’aumento di produzione delle centrali termiche a combustibile fossile. Qui la tabella con gli obiettivi dei singoli Stati. Ma di non solo Stati vive l’Unione. Anche le multinazionali energetiche operanti nel settore elettrico e delle fonti fossili stanno facendo la loro parte. Nonostante le resistenze del settore dell'energia tradizionale (si prenda ad esempio negativo la EXXON), una vera e propria rivoluzione sta coinvolgendo l’Europa: nel periodo 2000-2008, le variazioni nette della potenza elettrica installata in Europa vedono al primo posto il gas (68%) seguito dall’eolico (45%) e dal fotovoltaico (7%). Le centrali nucleari, a carbone e ad olio combustibile hanno invece registrato un saldo negativo. Dobbiamo essere ottimisti? Sempre secondo l’AEA, le previsioni di riduzione per il 2010 sono di gran lunga migliori di quelle dell’anno precedente e sono in linea con le proiezioni attuali: “l’UE (a 15) supererà gli obiettivi del Protocollo di Kyoto”. Va detto che 12 dei 15 Stati membri prevedono di raggiungere i loro obiettivi iniziali solo grazie all’accostamento di misure nazionali a meccanismi europei. Ecco la nota dolente: soltanto l’attuazione di misure aggiuntive consentiranno di raggiungere quest’ambizioso obiettivo, altrimenti la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra non potrà superare il 4%. Ma i governi saranno disposti ad imporre sacrifici a cittadini ed imprese, oltre che a sé stessi, in un periodo di forte crisi come quello che stiamo attraversando? Ed è qui che entriamo in gioco Noi; sempre secondo il sito della Commissione europea, «se tutti modificassimo lievemente i nostri comportamenti quotidiani, potremmo ottenere significative riduzioni delle emissioni di gas ad effetto serra riducendone l'impatto sul sistema climatico del pianeta. In molti casi queste modifiche ci farebbero anche risparmiare» economicamente. Qui potete trovare un interessante elenco di piccoli gesti per controllare le proprie emissioni. E il resto del Mondo? Gli obiettivi sono ben lontani dall’essere raggiunti ma si spera nell’apertura di un Green Deal da parte dell’America di Barack Hussein Obama e si aspettano le “temibili” (quanto auspicabili) reazioni concorrenziali dei Paesi asiatici, Cina e India in testa. DC, pubblicato per Blog Internazionale