Visualizzazione post con etichetta belle storie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta belle storie. Mostra tutti i post

venerdì 23 settembre 2011

rimandato a settembre

L'energia non è uguale a m per c al quadrato.
Einstein s'era sbagliato.
Invece che in qualche laboratorio del Texas o in qualche centrale segreta in Cina, l'hanno scoperto sotto il Gran Sasso.
Hanno rifatto i conti per tre anni. Poi si è convinto anche lui, Ereditato, il fisico che ha inviato neutrini a Ginevra e che si è accorto che arrivavano troppo presto.
Non sa di genio, il suo cognome. Per ora ha detto che non vuole pensare alle conseguenze della sua scoperta. Che, oltre a ridurre a stracci una montagna di magliette con sopra una formula sbagliata, sarebbe, pare, la possibilità di viaggiare nel tempo.
Viene in mente una vecchia scena con Troisi, Benigni e Leonardo da Vinci; Ereditato che scende dai Neutrini, prende Einstein sotto braccio e gli fa: permette? Adesso le spiego.

lunedì 15 novembre 2010

venerdì 23 aprile 2010

Grazia al c*** (Ministero di)

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_aprile_23/usura-imprenditore-sequestrato-roma-1602889323104.shtml


«ma come? Ma che le viene in mente di chiedere gli interessi al ministero? Va vada affanculo!» mi ha risposto un referente di un ufficio romano del Ministero di Giustizia. Un tempo, era "di grazia e giustizia". Tra poco rimarrà solo ministero.

Un po' dispiace – dunque - che sia stata fermata questa banda di sequestratori di usurati. Mi sarei avvalsa con gusto dei loro servigi: in merito a una fattura a un organo del ministero di giustizia _pagata con 5 mesi di ritardo_, prima mi è stato detto che avrei avuto diritto agli interessi moratori.
Poi no. Poi mi hanno mandato affanculo


Evviva l'Italia!

venerdì 26 marzo 2010

the very special

Mourigno dice di essere "special". Deve essere convincente, perchè l'inter lo paga unidici milioni l'anno. L'anno scorso vinse il campionato. Di Ranieri, l'allenatore arrivato secondo, Mourigno disse che era vecchio. Quell'allenatore fu esonerato. Oggi senza di lui, quella che era la sua squadra viaggia a metà classifica. A settembre gli fu affidata la Roma. Era penultima, ora è seconda. Senza Totti. A quattro punti dall'inter, una squadra di stelle. Senza aggredire giornalisti o voler ammanettare l'arbitro. Ora, come in un film, dopo aver rincorso in salita, controcorrente, per un anno, Ranieri colla sua faccia furba e tranquilla si ripresenta al cospetto di Mourigno. Al quale da domani, comunque vadano le cose, sconsiglieremmo di rivolgersi a Ranieri per trovare una nuova autodefinizione.

sabato 20 marzo 2010

Una vetta per la vita

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il Gruppo Naturalistico Le Tracce propone la IXª edizione del premio “Una vetta per la vita” che si svolgerà giovedì 25 marzo 2010 ore 20.30 presso il Ristorante Teatro dei Sapori a Castelfranco Veneto.

Nel suo intento questo appuntamento vuole essere un riconoscimento da assegnare ogni anno ad una persona amante della montagna nei suoi molteplici aspetti; che dedica o abbia dedicato la propria vita per diffondere e sostenere persone o progetti nell’ambito della cultura, della solidarietà e della montagna.

“A volte la meta più importante la si può ricercare nelle persone che ci sono più vicine, e la montagna più alta e difficile che vorremo scalare non sempre è la vetta che vogliamo raggiungere”.


Anche quest’anno cucina e montagna siederanno assieme combinando il gusto e il gesto, i profumi e gli odori, il cibo e la natura, il piacere della buona tavola all’ardire sulle verticalità. Rilassatezza e avventura, per una sera, si racconteranno le storie dei monti senza muovere passo.

Tutto il Triveneto, e non solo, sarà rappresentato da alcuni dei suoi protagonisti: uomini del Soccorso Alpino, Guide alpine, Istruttori di alpinismo, Operatori naturalistici, Scrittori e Giornalisti di montagna, Fotografi e Videooperatori, giovani promesse ed alpinisti che hanno scritto pagine di storia sulle pareti delle nostre montagne e quelle extraeuropee. Tra questi: Fausto De Stefani, Giacomo Albiero, Piero Radin, Marino Babudri e Ariella Sain, Soro Dorotei, Alessandro Masucci, Elio Orlandi, Caludio Moretto e Rosy Biffi, Sergio Martini, il musicista Alberto Grollo e il compositore Giusto Pio. In questa occasione verrà anche ricordato l’alpinista Giuliano De Marchi.


Nelle precedenti edizioni sono stati premiati: 2002 Giusto Pio (compositore e violinista), 2003 Fausto De Stefani (alpinista Accademico, Socio Onorario del Cai, Presidente di Mountain Wilderness), 2004 Cesarino Fava (alpinista), 2005 Spiro dalla Porta Xydias (alpinista Accademico, Socio Onorario del Cai, scrittore, presidente del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna), 2006 Bianca di Beacco (alpinista Accademica), 2007 Kurt Diemberger (alpinista, Socio Onorario del Cai, scrittore, cineasta), 2008 Armando Aste (Alpinista Accademico, Socio Onorario del Cai), 2009 Franco Miotto (alpinista Accademico).

La serata con cena è aperta a tutti previa prenotazione:
“Cena con i sapori della primavera” al costo di 35 euro.
Per informazioni telefonare al Ristorante Teatro dei Sapori tel. 0423.496114

lunedì 15 marzo 2010

Sarà ma non ci credo

(post antifemminista e dunque impopolare)



le nostre prigioni

da mesi mi rullano attorno i tamburi delle nuove femministe. Dall’arredamento agli orari delle riunioni di lavoro, mi martellano - ecologiste, pacifiste, scrittrici, registe. Cavalcano la differenza di genere. In tutte le salse. Sotto uno stendardo che fatico a comprendere.
sarà che non vivo situazioni di sciovinismo maschilista?
sarà che ho difficoltà a capire quando le donne affermano «scriviamo meglio» «siamo più sensibili», «siamo percorse da ritmi naturali sintonici con la madre terra», «creiamo parole come fossero percorsi di gravidanze». sarà…

o forse è che conosco sia donne sciocche, ottuse, profondamente maschiliste che uomini sensibili dolci intelligenti premurosi gentili colti raffinati e stupendi?
A mio modo di vedere, ogni limitazione di genere, dal circolo gay a quello femminista, è una chiusura a rischio di auto-ghettizzazione.

sogno un essere umano bisessuale di default
dalla nascita

che dia corso all’affermazione di una bisessualità e di un bi-amore veramente libero. L’affrancamento da stantii e sciocchi canoni di “normalità”. L’affermazione di una semplice “umanità”. Immune al perbenismo. Scevra di divieti e ipocrisie.

Tempo non più perso dai genitori per inculcarci quel che non/si fa – non/si dice – non/sta bene. Anni da godere vivendo, invece di sfiancarci brancolando per liberarci da quello che ci hanno inculcato e ritrovare noi stessi.

Credo sarebbe un bel progresso, superare con un balzo tutte le sciocche e logoranti lacerazioni. Credo anche che, in nuce, questa possibilità risieda già dentro di noi.

venerdì pomeriggio ho ricevuto una specie di dichiarazione tanto estemporanea quanto inattesa. Da un uomo “folgorato” dalla mia comparsa.
sabato sera una ragazza incontrata per la prima volta, a casa di amici, mi ha confessato «Te lo devo proprio dire: mi sei piaciuta subito. (...) mi ti farei seduta stante».
adoro quando la vita mi sorprende.
DC
 
 
 

domenica 14 febbraio 2010

Mettici la faccia




se ne avessi di più (di faccia tosta), farei questo mestiere qui!

buon weekend! DC

domenica 31 gennaio 2010

poesia di un'amica (pezzo 5)

Hai incoraggiato quest'altalena


spingendo con la schiena dolorante


mentre lui sceglieva ritmo e caduta.


Infine, dimenticata, hai pianto


questo per ricominciare a vedere


e visualizzare, di conseguenza,


la tua predilezione per l’oppressione.


Ma hai pianto troppo chiusa in bagno


e gli occhi ti sono scivolati nella vasca.


Ora hai due buchi neri in faccia


gli occhi sono caduti nello scarico,


nel groviglio della tubatura,


fino al lago in fondo alla fogna,


galleggiano leggeri senza il peso dell’ansia.


Ora che l’altalena è ferma


tu sei quieta


e i tuoi occhi vedono
 
ora che si sono sbarazzati di te.
 
di Roberta Oss
 

mercoledì 27 gennaio 2010

Sospiri dal sottoscala: intervista a Madame Urbetzkj



narratrice di racconti erotici
Respirati nelle tue fantasie. Negli anfratti proibiti e nelle crepe di sole. Gustami










Originaria del Triveneto, non ci svela di più sulla sua identità.
DC: Ma almeno ci racconti come è nata questa vena scrittoria erotica?

Le Interviste Scomode Su blog2piazze

 MU: Ci riflettevo di recente. Sul fatto che in fondo non siamo noi a scrivere, ma è la scrittura che muove noi. È un po' come essere abitati da una specie di serpente. La parola è voluttuosa. Si infila nelle nostre dita, si insinua nei lobi dell'orecchio, ti tende fili nella testa a cui appendere parole. Rubate. E poi sguardi. Spiati. Sillabe; pizzi, baci, colori di pelle....
Non saprei dire i percorsi che mi ha compiuto dentro la scrittura. È arrivata per caso e per gioco. Anni fa un'amica – scrittrice - ha iniziato a farmi leggere le sue cose. E poi mi ha trascinata a un laboratorio di scrittura. E poi a un altro. E siccome mi ci sono divertita, l'ho seguita. Nell'ultimo corso ci hanno messo di fronte a un ''progettino''. Dovevamo fare uno schema di quello che avremmo voluto scrivere: come, perché, quando,... Che pesante! Non faceva per me, che ho una "dipanatura ventrale". Voglio dire: le parole mi si agitano nella pancia. Quando sento che cominciano a muoversi devo fermare il mondo, isolarmi da tutto, e cominciare a scrivere. Prima di avere scritto, non so cosa mi uscirà. Le ore scivolano via senza che ne abbia la cognizione e mi ritrovo ad aver cesellato sillabe come fossero creta. 

Lavoro come uno scultore. Ammasso parole, pagine e pagine, e poi tolgo, lavoro per eliminazione, scavo dei vuoti. Fin dove arrivo. Non sempre ci riesco. Avverto il limite di essere me stessa.
Comunque, il porno – o erotico – per così dire, è nato per gioco, come ti dicevo. Come provocazione in un ambientino un po' troppo pettinato, dove rischiavo di annoiarmi. E siccome ci andavo nel mio tempo libero, di annoiarmi non mi garbava. E mi è venuta l'idea di spettinare tutti: un progettino letterarrio di allegri versetti sconci.


Sai che quando abbiamo dovuto leggere tra noi quello che avevamo scritto, la prima volta ero davvero imbarazzata? Anche se eravamo pochi e si era creato un bel clima. Poi, è stata la volta del ''maestro'', di leggere - ad alta voce - i nostri racconti, e sono riuscita ad imbarazzare lui. È stato molto divertente.


DC: Ok. Ma se uno pensa al racconto erotico, di solito non pensa al comico....
MU: No, certo, ma l'imbarazzo iniziale non poteva non esserci, no? In fondo, se il racconto è ben riuscito, da qualche parte ti stimola. E non era certo il caso di trasformare l'aula in un privée.
Seriamente; dal punto di vista narrativo mi sono posta un obiettivo preliminare: evitare il linguaggio trito e ritrito con cui si scrive il sesso. E di non farmi influenzare da quanto è già stato scritto. Volevo (e voglio) cercare di attingere solo a ciò che osservo e raccolgo all'intorno, non dagli scritti altrui. Quindi cerco di non leggere nulla di questo genere. A costo di raccontare banalità. Di non smuovere niente. Il rischio c'è. Il mio intento è scoprire empiricamente le barriere della mia scrittura e man mano andare oltre. Non sono ancora in grado di dire se ci sto riuscendo. Ma mi diverte provarci.


DC: Torniamo al sesso. Come, quando, perché, ti viene in mente di scrivere racconti erotici?
MU: Proprio l'altra mattina stavo riflettendo su questo; mi sono ricordata che quando ero piccola sognavo di scrivere. Non so perché. Avrò avuto 10/12 anni. Mi ricordo un quadernino con le pagine gialle, a quadretti. Avevo iniziato a scrivere una storia. Che mi apparve subito patetica. La classica glassa adolescenziale-amorosa con velleità di messaggistica universale. Sconfortante. Abbandonai subito. Sono passati quasi 30 anni. Mettermi a scrivere ora non è stato un atto di volontà.


Mi sono anche ricordata che – nello stesso periodo – andavo alle medie, scrivevo delle storielline porno, niente di che. Pochi dialoghi, molto spinti, e disegni maldestri con donne con tettone enormi. Erano il mio segreto. Custodito in un armadio. Condiviso con l'amica del cuore. Spostato di volta in volta da una borsa a un sacchetto a un viluppo di magliette. Una domenica mattina (tornata da messa...!) mia madre mi disse, umiliandomi, che aveva trovato quella roba. Odiandola ma dovendo ubbidire, mi mortificai. Mi scusai e promisi che non lo avrei fatto mai più. Per ottenere che non lo dicesse a mio padre. Non so se mantenne la parola. Fatto sta che non ne parlammo più. Ricordo che, sempre in quel periodo, girava voce che una delle ragazze della scuola conservasse un quadernino dove incollava foto di donne nude. È pazzesco, se ci pensi, quanti echi e pettegolezzi dell'intimità altrui ci arrivano.


Ricordare oggi questo brutto episodio deludente e rivelatore della piccolezza pedagogica di mia madre in fatto di sesso, oggi che scrivo "raccontini porni" mi diverte. Sento il pizzico di una allegra e divertita disobbedienza.


DC: Ok. Ci hai parlato della tua "fenomenologia della scrittura", ma non ancora degli argomenti di cui scrivi. E scriverai... Progetti editoriali?
MU: Immagino che raccontare in giro che scrivi racconti erotici susciti curiosità. Che possa essere perfino seduttivo. Forse a qualcuno viene voglia di raccontarmi le sue fantasie, con la speranza di vederle trasformate in una storia. Può essere, ma finora non sono in molti a saperlo. Navigo a vista. E forse, sì, paradossalmente mi affascina più la parola, che la sessualità. Nessuno finora mi ha scritto per raccontarmi le sue fantasie. I miei lettori sono silenziosi. Anche se non mi dispiacerebbe il contrario. Anzi, se posso, colgo l'occasione per invitare chi lo desidera a scrivermi. Naturalmente, sarà mantenuto il più stretto riserbo sull'identità di chi mi scrive.


Per ora mi affido solo al web, con il mio blog. Ma con un amico illustratore stiamo meditando di muoverci diversamente. Vedremo....

Nelle storie riverso fantasie vecchie e nuove, solletico, emozioni, eccitazione passata, puro piacere sessuale-verbale. L'atto è sempre quello. Ok, ci sono varianti variazioni e variabili. Ma, come in altri campi, tutto è già stato detto. E scritto. È il piacere di narrare e di leggere che mantiene in vita la narrazione. Non so cosa scriverò stasera. A chi ruberò uno sguardo domani sull'autobus....


DC: Come ti considera la gente quando racconti di scrivere racconti erotici?
MU: Siccome la cosa mi diverte, di solito lo racconto col sorriso. Qualche tempo fa ero in una libreria che non conosco e stavo cercando il settore della narrativa erotica, senza trovarlo. Rovistavo da un po' fra struggenti romanzi d'amore, quando ho visto un commesso. Giovane e carino, devo dire. Mi sono avvicinata per chiedere dove trovavo la narrativa erotica. La scena di cui ero regista, e protagonista, mi stava divertendo, ma non volevo metterlo in imbarazzo. Lui mi ha dato l'indicazione, tranquillamente, ma a scanso di equivoci gli ho chiesto “C'è anche la saggistica?”
Un amico a cui ho raccontato che avevo comprato dei fumetti porno, mi ha detto che se fosse stato l'edicolante, la cosa lo avrebbe mandato su di giri. Compro anche Playboy, mi piace molto. Ma quando lo leggo in treno, se c'è troppa gente, lo nascondo tra le pagine di un'altra rivista, per non turbare … (i benpensanti). Su, DC, che altro vuoi sapere?


DC: l'annosa questione, ovvio! La sottile linea rossa – di pizzo – in questo caso,  quasi una giarrettiera: dove sta la demarcazione fra ertismo e pornografia?
MU: Domandona! Non sono certo io a stabilirlo. Io non lo so ancora. Sto iniziando ora a perlustrare. Credo c'entrino molto i tabù, l'accettazione sociale, la morale. Di gruppo. E quella individuale. Posso solo citare chi, prima di me, ha segnato il confine nell'espressione di emozioni e sentimenti, presenti nell'eros, e assenti nel porno, inteso come pura carne che si dimena e si sbatacchia. Un po' semplicistico, però...


DC: Avrei un sacco di domande. Ma preferisco lasciare questo spazio a un tuo racconto. - Uno dei primi, giusto? - E per invitare gli amici di Blog a 2 piazze a mandarti le loro domande, se ne hanno, lasciando un commento qui, o sul tuo blog, giusto?
MU: Certamente. Grazie, DC e tutto lo staff capriolante per questa intervista! Ciao





Obliterami

Mi abbasso la gonna, guardo il mare.

Mi ha eccitata per anni, l’orgasmo vietato fra lenzuola da single che relego dopo l’uso tra la biancheria da stirare e i biscotti per cani. E che da qualche giorno mi sorprende anche in ufficio. E dal benzinaio, e alle poste. La fantasia si insinua come un groppo di febbre censurata. Abbrancata allo stomaco, mi annichilisce e addomestica la mia volontà.

Ma oggi. Vestita di bianco in una mattina afosa sul 97, viaggio su un autobus pieno lungo il mare di Napoli. In piedi, accaldata, mi reggo stretta vicino all’uscita. È oltre il Vomero che una mano decisa, insolente, mi alza la gonna. Offesa, sussulto. Ma le dita mi scompongono le cosce. Sanno dove andare. Spostano il pizzo delle mutande e poi si muovono, lentamente.

Lentamente la mano passa sul pelo – il mio - morbido e lo accarezza piano. Ci gioca – lo liscia, lo tira, lo annoda. Lo assaggia. E va oltre.
Un ingombro occupa le mie grandi labbra.
Al bivio tra via Chiatamone e Santa Lucia le sento, golose, gonfiarsi.

Un’arrendevolezza sudata mi scioglie. Sa. Che può. E che deve. Che lo stavo aspettando.

Che mi sporgo a guardare il mare per aprirmi alle sue dita grosse. Fargli snidare un desiderio rapace.

Oscilliamo con gli scossoni dell’autobus, tra lo sguardo di uno scolaretto e le borse della spesa della signora Camilla. Selvatico, mi percorre. La mano mi appaga di un pudore smascherato, senza volto. Sento un fiato corto, via via più mozzo, sul collo. Depredata mi spalanco a un maschio casuale che mi rapina e mi ridona la voglia. Sono bagnata, sono sporca, sono oltre. Estraneo, un corpo aderisce al mio. Avido, spasmodico, mi spaventa mi percorre mi schiaccia mi stringe.

Un ringhio all’orecchio mi dice che è sazio. Ma sono marea - verde selvaggia e provocante e lo trattengo tra le cosce. Prendo l’ultimo brandello forsennato, il mio.

Poi, apro gli occhi e lo lascio andare. La signora Camilla è scesa. Con le buste della spesa svolta l’angolo e scompare. Io non so, con questo caldo, discernere tra carne usata e fame.
Ho scordato i biscotti per cani.

© Madame Greta Urbetzkj Your Web-Mistress 2009



sospiri dal sottoscala.....è il caso di dirlo, visto che oggi presentiamo una autrice (molto in erba) di racconti erotici. È con noi Madame Greta Urbetzkj.

martedì 19 gennaio 2010

Tombola di beneficenza - Gruppo naturalistico Le Tracce

Riceviamo e volentieri comunichiamo:

Il gruppo Naturalistico Le Tracce in collaborazione con il Circolo Cultura Oficina Buenaventura organizza Giovedì 21 gennaio alle ore 20.45 la tradizionale Tombola di beneficenza con premi
presso “Libera-Mente” il nuovo spazio del ristorante Teatro dei Sapori - Via Garibaldi 17, Castelfranco Veneto (“dentro le mura” di fronte il Teatro).

Il ricavato sarà devoluto a favore di un progetto per la promozione delle donne non vedenti in Togo (Africa). Serata aperta a tutti.


lunedì 11 gennaio 2010

Annunciazio' Annunciazio'!


cari amici & care amiche del blog,


con piacere emozione ed entusiamo annuncio che
domani sarà online il primo post della nostra nuova complice compagna capriolante bloggheressa: PARVATI



"Salute a te, l'anima vede:

ora sei pronta e attendi"
Divinità delle montagne,
avvinta dalla seduzione delle onde,
non vedo l'ora di leggere il tuo post!

benvenuta Parvati!

DC



giovedì 7 gennaio 2010

1° Concorso Internazionale "Santa Graziella"




Ricevuto e con ritardone ma volentieri pubblichiamo:


1° Concorso Internazionale Santa Graziella


indetto dalla celeberrima Massa Critica Rovereto in memoria del Cav. Fausto Bilaci (1876-1955)


Siamo particolarmente lieti di bandire il 1° Concorso Internazionale Santa Graziella, progetto rivolto agli artisti di tutto il mondo per promuovere, attraverso le arti figurative e quelle poetiche, l’uso della bicicletta a livello planetario.

Viste le gravissime deficienze che affliggono i Paesi tutti, eccezion fatta per alcune rare realtà
illuminate, in tema di sicurezza stradale del ciclista e fermi nella convinzione che tale assunto rappresenti una sfida che non si ferma davanti ai confini nazionali e continentali, è nostra intenzione individuare uno strumento universale di protezione per il ciclista urbano e rurale.


Questa, pertanto, si presenta come una sfida della quale dobbiamo occuparci tutti, dal politico al singolo cittadino.
La protezione del ciclista inizia nel cuore, ha bisogno dell'ingegno, si dimostra con i fatti.
(Guido Bilaci, nipote del Cav. Fausto Bilaci e portavoce di Massa Critica Rovereto)


La sicurezza stradale, si sa, è un tema che tocca un po' tutti. Nessuno ha voglia di uscire di casa per andare al lavoro e ritrovarsi all'ospedale, o, peggio ancora, al cimitero. Il tema tocca particolarmente chi non affronta la strada protetto da qualche mezzo corazzato, ma semplicemente in bicicletta.


Troppo spesso si trascura la variabile fortuna. Nessuno può negare che quando si viene investiti da un'automobile c'è sempre anche una componente di malasorte.


Consapevoli che oramai l’unica strada percorribile, in tutta sicurezza (e su due ruote), sia quella di affidarsi alla millenaria tradizione di scacciare la iella con amuleti e portafortuna, lo scopo del concorso è quello di fare dono all’Umanità intera di un amuleto scaccia-guai che, con ogni certezza, possa difendere la nostra incolumità infinitamente meglio di qualsiasi strumento attualmente conosciuto.


Nella fattispecie si è pensato ad un santino raffigurante, da un lato, l’immagine di Santa Graziella e, dall'altro, una preghiera che invochi protezione al ciclista.
 
info e bando qui: 
 
http://massacriticarovereto.splinder.com/post/21817909/IMPORTANTE%3A+1%C2%B0+Concorso+Inter
 

buona notte.....



Cosa non si ottiene oggi con un semplice codicino html.....

Un piccolo pensiero della buona notte per
signore & signorine bloggheresse

DC

martedì 5 gennaio 2010

Scrivi con lo Scrittore 2010

Con piacere e curiosità diffondo l'invito di Ettore Bianciardi per far conoscere ai nostri amici blogger & bloggheresse l'iniziativa di Stampa Alternativa, che riprende da gennaio 2010
DC

Scrivi con lo Scrittore ricomincia.

Dal 26 Gennaio, al quartiere Reno in via Battindarno 123 - Bologna - alle ore 20,45

per sei incontri riprenderemo a leggere ed a scrivere assieme.

Anzi, si può già cominciare a scrivere, con l'incipit che è già valido.


Lo trovate sul sito:

http://www.scriviconloscrittore.org/





giovedì 31 dicembre 2009

riceviamo e volentieri pubblichiamo
dagli amici di http://www.dosstrento.net/dosstrento/

Una riflessione inviata da Franco.

Image and video hosting by TinyPic

L’ex direttore de “L’Adige”, Paolo Ghezzi, ha pubblicato un suo corsivo sul quotidiano di lunedì 28 c.m. dal titolo “Filippo G. Sopravvissuto al Natale” ( “cuori matti” ).

Non capisco perché si è voluto identificare il Signor Filippo G. con un pubblico dipendente ( potrebbe essere benissimo anche un giornalista, un politico o uno dei tanti personaggi appartenenti a qualsiasi altra “casta” ) se non al solo scopo di descrivere una serie di luoghi comuni entrati oramai a forza nell’immaginario collettivo e al fine di fare una bella coreografia al suo racconto, ma penso che il Dott. Ghezzi abbia centrato ( forse involontariamente vista magari l’influenza professionale data da Vita Trentina) il tema dell’ipocrisia del Natale.

Senza voler entrare nel merito di una serie di banalità/luoghi comuni filo cattolici ….
- Chi decide se un nome ( Luna ) è bello o brutto?

- Chi ha detto che milioni di separati e divorziati, detesta il Natale?

- Chi ha detto che si deve essere per forza filo Ratzinger viste, sentite e lette le sue conservatrici prese di posizioni che stanno andando dalla parte diametralmente opposta di quella di Wojtyła ?....


… penso però che il pezzo possa fare effettivamente riflettere tutta una serie di persone ipocrite, tutte quelle persone che si sentono “più buone e felici” a Natale salvo poi il fatto di comportarsi e sentirsi (dentro e fuori) come autentici “Figli di P****a” per tutto il resto dell’anno!
Evviva quelli che sono onesti con se stessi come il Signor Filippo G., quelli che non hanno una maschera “natalizia”…
evviva quelli che sono coerenti, che sanno di essere “cattivi” ma quando decidono di essere buoni lo sono per davvero, quelli che a natale non fanno regali, ma li fanno durante tutto l'anno o al di fuori delle feste comandate.
Evviva quelli che vedono allo specchio chi sono e non hanno maschere, quelli che hanno un cuore, magari duro ma vero, quelli che non sono ipocriti…. Neppure a Natale!

Cordiali saluti
Franco
Questo il testo di Paolo Grezzi.
Filippo G. – Sopravvivere al Natale!
Quando la felicità è tornare in ufficio, il lunedì mattina
Di Paolo Grezzi – L’Adige 28-12-2009

“Tvtb papi. Buon Natale :-))))”.

Filippo G., 37 anni, dipendente provinciale, non sopporta le abbreviazioni negli sms.

E non sopporta gli smiley, fatti con le parentesi chiuse per simulare un sorriso di felicità. Lui questo Natale - un orribile Natale inondato di pioggia - non è felice neanche se sua figlia, la sua unica, gli ha messo 4 parentesi sorridenti dopo quell’orribile tvtb, che sembra la sigla di una televisione commerciale e invece sarebbe: Ti voglio tanto bene.

Non lo commuove nemmeno se l’ha scritto la sua bambina fantastica, la sua Luna. E si domanda come hanno fatto, lui e Donatella, a darle un nome così tremendo, che forse per un cagnolino, ancora ancora... ma per un essere umano?
Come hanno potuto?

Comunque Luna questo Natale lo passa con sua madre e Filippo G., come milioni di separati e divorziati, detesta il Natale. Di Gesù bambino non gli importa più nulla da tempo, e se una svizzera rossovestita si scaglia contro il papa bianco nella basilica di San Pietro, lui fa il tifo per la svizzera.
Filippo G. non ha spedito un singolo sms di auguri, e non sopporta di riceverli, specie quelli con le citazioni celebri e l’autore tra parentesi, come in un bacio Perugina, o quelli enfaticamente affettuosi: “auguroni”, “augurissimi”.    E detesta soprattutto quelli che gli scrivono: “Un 2010 pieno di tutta la felicità che ti meriti”. Ma chi se la merita, la felicità? La felicità è un regalo passeggero, un soffio, una coincidenza. Nessuno se la merita.

Apre il libretto che gli ha regalato la biondina dell’ufficio accanto, con cui ha avuto una toccata e fuga tre mesi fa, in un weekend uggioso, su un lago fuori stagione. Intermezzo non sgradevole, pensa adesso, ma niente a che vedere con la felicità.

Gli viene da pensare che forse si è felici solo da bambini (ma lui si ricorda solo il gran pianto di paura in braccio al Babbo Natale aziendale del dopolavoro di papà), o al primo lento alla seconda festa di classe in quarta ginnasio, o alla terza birra scura in un pub di Dublino. O quando si fa qualcosa di grande: tipo rischiare la vita per amore, o morire per cercare di salvare gli altri, come i quattro alpinisti della Val di Fassa, sepolti insieme in un abbraccio di neve.


Filippo G. apre il libretto di Seneca, testo latino a fronte che gli ricorda i tempi dell’Arcivescovile. “Cum de beata vita agetur...”: Ma quando si parla della vita felice, non mi puoi rispondere come per le votazioni: “la maggioranza sta da questa parte”. Infatti è la parte peggiore. Per le faccende umane non funziona così bene: le cose migliori sono sgradite ai più. La folla è la peggiore conferma. ...”.

“Ut meliora pluribus placeant...”. Il latino è musicale, pensa Filippo G. mentre gli si abbassano le palpebre e si addormenta con la luce accesa.
Poi fa un sogno: domani è lunedì, si torna in Provincia, il mio ufficio ben riscaldato, il salvaschermo con i pesci tropicali, la biondina della porta accanto che tacchetta in corridoio andando a fare fotocopie... E per la prima volta, dalla mezzanotte della vigilia di Natale, Filippo G. si sente impercettibilmente, inesorabilmente felice.




venerdì 25 dicembre 2009

Siamo alla lotta darwiniana. Mi scrisse Gianni Solla ...


intervista a Gianni Solla
Vorrei squillare un po' come Kiambretti e far entrare con rullo di tamburi e personaggi circensi uno dei miei autori contemporanei preferiti. Mi piacerebbe saper scrivere come lui e mi dispiace non esserne capace. Detto senza invidia e con tanto godimento. E ammirazione. E felicità di poterlo leggere e di poterglielo pure dire.
con onore, commozione e irriverenza natalizia, la parola passa a lui (la mia intervista inizia con un po' di reverenti domande sceme. Mi scuso*)

La Donna Cannone: Hai mai pensato di scrivere un romanzo?
Gianni Solla: Ho già pubblicato un romanzo, seppure breve, si chiama Airbag edito da ad est dell’equatore. Il prossimo è previsto per la prossima estate, sempre per la stessa casa editrice che dimostra buongusto e al tempo stesso un certo piacere per l’autolesionismo.
DC: Quando hai iniziato a scrivere? e perché?
GS: Non mi ricordo da quando scrivo, impossibile stabilire una data. Narcisismo ed esibizionismo sono le ragioni invece, il motore diciamo, e una certa quantità di tempo libero tra un turno e un altro di lavoro. Se avessi un doppio lavoro non scriverei.

DC:Quando dove e come scrivi? Com'è la tua giornata tipo?
GS: Lavoro in un call center e scrivo quando non sono là, ma in realtà il lavoro funziona come campionario umano, un postalmarket di miserie che la gente mi spedisce a domicilio. La raccolta di materiale è importante.

DC: Si dibatte spesso se si scriva per sé o per gli altri. A quale ''scuola di pensiero'' appartieni?
GS: Da malato terminale di narcisismo, scrivo di me per gli altri, pertanto attraverso in diagonale le due scuole di pensiero. Io sono uno di quelli che comincia ogni frase con Io.

Pausa. Vado a sciacquarmi la tinta. No. Non sono bionda.
Sono rossa. La tinta permea lo spessore delle prossime domande*...

DC: I tuoi personaggi sono vivi-vividi e vividi anche da morti - parole asciutte e drammatiche. Attingi alla specie (dis)umana che ti circonda?
GS: Sì, prendo in prestito dettagli, comportamenti e da là metto su una storia. Al massimo impiego mezz’ora per storia, finito il tempo dove si arriva si arriva, non sono un perfezionista. Delle volte faccio delle domande alle persone che mi sono vicine, ma in linea di massima origlio le conversazioni nella metropolitana oppure alla posta, poi passo tutto nel tritacarne e scrivo le storie. Mi piacciono gli anziani perché parlano ad alta voce e non ti devi sbattere per ascoltarli negli autobus. Le storie migliori sono le tensioni familiari, le liti con i generi per questioni di soldi sono le mie preferite.

DC: Ho letto sul tuo sito che sei in cerca di un editore. Ci racconti la tua esperienza nel mondo letterario/scrittorio italiano?
GS: Ho molto materiale che sto cercando di compattare e includere in raccolte. Internet resta il mio mezzo preferito anche per cercare case editrici. Ho pubblicato delle cose, in genere materiale passato per il mio sito. Sono un blogger, mi piace il tempo zero tra scrittura e messa on line e feedback. Ogni tanto mi prendo del tempo, come adesso, e scrivo delle cose più lunghe, destinate potenzialmente a case editrici e forma cartacea per la comodità di leggere duecento pagine non al monitor. Inoltre il libro provoca una sospensione che il monitor di un blog non può riprodurre perché mentre leggi controlli la posta, facebook, le partite su livescore ecc.

DC: Fai progetti per la prossima scrittura o viene da sè?
GS: Faccio dei progetti, ma in linea di massima non li rispetto, quindi scrivo di cose e personaggi che emergono per entropia e che sopravvivono alla lotta darwiniana delle idee, alla confusione e alla mia mancanza di memoria del breve periodo. Questo genere di amnesia è fondamentale nella mia scrittura, diversamente finirei di scrivere di cose che mi ricordo veramente, invece sono solo frammenti amplificati dalla sedimentazione. In linea di massima è tutto falso.

il domandone DC: Com'è il rapporto di Gianni Solla con l'italiano medio? pare, nelle forme ricorrenti, nella grammatica semplificata, nel pensiero scarnificato - emergere il tuo spirito investigativo, analitico. Che riesce a essere disponibile, verso il lettore e verso il personaggio, attraverso il filtro ironico. È una finzione di italiano medio? dove tracci la linea di demarcazione? Come è il tuo italiano medio ideale? La città elegiaca su cui vorresti aprire gli occhi il mattino?
Le Interviste Scomode Su blog2piazzeGS: Questa risposta necessita di un artifizio retorico e di una rielaborazione: com’è il rapporto dell’italiano medio con Gianni Solla? Immagino che l’inversione dei fattori non dovrebbe modificare il senso della domanda, tuttavia dato che non ho nessun parere, è meglio sondare quello degli altri. L’italiano medio non esiste, se per medio non viene inteso mediocre. Esistono le persone con le loro paure (l’unica paura che deve essere tale è quella della morte, le altre immagino derivino tutte da questa) e dalle loro paure penso si evinca il pensiero della morte e della vita e della sopravvivenza. Alcuni mi aggrediscono, quando sono in macchina per esempio, altri mi lasciano passare perché pensano che io possa aggredirli, altri sono gentili perché così evitano il conflitto. L’ironia è un continuo processo di inversione dei fattori che cerca nella tragedia il ridicolo. Ci vuole intelligenza per ricreare l’artificio, ma anche paura di qualcosa perché si senta la necessità di ironizzare.

Non cerco stereotipi o archetipi, cerco di rifarmi al mio materiale che risiede nei miei ricordi e che le mie scarse capacità mnemoniche alterano, pertanto è tutto inventato, sia negli eventi che nei modelli di rifacimento. Tutte i posti hanno in sé i caratteri della commedia e della nostalgia e delle loro infinite sfumature. Come la guardi al mattino, dipende da cosa hai bevuto la sera.

Grazie Gianni!



Uno dei miei racconti preferiti di Gianni Solla è

BLUES IN FA MINORE


"Che belle gambe che c’hai Laura”.

“Davvero dici, non sono diventata vecchia, io bella non lo sono stata mai”.
Le accarezzai un poco la guancia e facemmo l’amore. Il letto per le botte sbatteva in faccia al muro e con il tempo l’intonaco si era crepato in determinati punti. Venni sul lenzuolo e con un lembo mi pulii.
“Sono contento che tu sia ritornata, la casa stava andando in malora”.
“Mi dispiace, non me ne andrò mai più”.
Laura mi accarezza i capelli mentre le tenevo la nuca sul grembo. Con le dita mi faceva i riccioloni sui pochi capelli che mi restavano.
“Per le due settimane che sei stata via non ho fatto nulla in casa, avevo deciso di lasciare marcire le cose, di far scadere il latte nel frigo e pure di far morire il gatto di fame. Per dieci giorni la bestia non ha avuto croccantini e a bere beveva da sotto alle fontane che per fortuna sua non si chiudono bene. Guarda come si è fatto secco, c’ha le ossa del torace tutte da fuori”.
“Ti prego non raccontarmi queste cose”.
“Adesso non te ne andrai di nuovo da quello, vero?”.
“Te lo prometto che non ti lascerò più”.
“E’ stato un inferno. La notte c’avevo dei bruciori che sembravano lampi dentro alla pancia e certi incubi tutte le notti m’assalivano. Mi sognavo dei diavolacci che mi tenevano per le caviglie e poi mi lasciavano cadere in un fosso nero e profondo e il sogno era così reale che sentivo l’odore della terra umida dentro alle narici”.
“Ti prego smettila”.
“Penso che quei sogni in un certo modo erano i miei sensi di colpa che prendevano forma che s’incarnavano dentro ai diavolacci e poi la caduta simboleggiava lo sprofondare dentro alle viscere della terra, all’inferno per le cose di male che ho fatto. E quale punizione più giusta in fondo, se non quella di perderti”.
“Non ti lascerò mai più, né te né il gatto”.
“Il gatto non ti è mai piaciuto”.
“Anche lui mi è mancato, in fondo tutti e tre siamo una famiglia”.
Mi alzai dal letto con il coso moscio in mezzo alle cosce e andai verso la cucina. Le piante dei piedi restavano attaccate al pavimento per il sudicio che si era ammassato e quando si staccavano facevano un rumore di ventosa. Arrivai al frigorifero a prendere un bicchiere d’acqua. Il freddo del frigorifero mi fece gelare i peli sulla pancia. Ero messo male, ma adesso che c’era Laura bisognava fare qualche cosa, non potevo lasciare che se ne andasse di nuovo con quello. Sotto agli occhi c’avevo delle rughe profonde, al centro della testa non c’avevo più capelli e pure i denti stavano marcendo. I due grossi davanti a toccarli un poco si muovevano per non parlare di quegli altri sul fondo della bocca che erano neri. Presto avrei dovuto mettere qualche schifoso dente finto in bocca e per lavarlo avrei dovuto estrarlo e sciacquarlo sotto al lavandino facendo attenzione a non farlo cadere dentro al buco dello scarico. Tutto ci avevo perso dentro al buco dello scarico negli anni, e anche il dente finto ci sarebbe caduto dentro andandosi a congiungere con il resto delle cose che avevo perduto. Forse gli operai delle fogne tenevano le mie cose dentro ad una scatola e prima o poi me le avrebbero recapitate. Bevvi il mio bicchiere d’acqua e ritornai verso la stanza da letto. Lungo il corridoio mi prese di nuovo quel crampo di angoscia dentro allo stomaco perché in fondo lo sapevo che Laura se ne sarebbe andata di nuovo con quell’altro. Lei pure non stava messa tanto meglio di me. Sotto al collo c’aveva una ruga grossa e le guance le si stavano scavando sulla faccia. Per difendersi dalla morte a lei veniva facile di scappare dentro al letto di qualcun altro, poi le venivano i sensi di colpa oppure la ricacciavano e Laura se ne tornava dentro al letto mio. Mi prometteva di non andarsene più e poi se ne andava per un mese, oppure tre mesi come l’anno scorso quando mi telefonò da Genova per dirmi che tra noi era finita e che era andata a stare con uno. Mi staccò il telefono mentre piangeva a dirmi che le dispiaceva che era stata una decisione sofferta ma che bisognava farlo per il bene di tutti e due, specie per il mio che non mi meritavo una cosa così, che proprio non me lo meritavo. Restai attaccato al filo del telefono pensando che Laura fosse rimasta in silenzio e che non c’aveva più niente da dirmi. M’accorsi che aveva staccato da dieci minuti e il silenzio siderale che s’era creato sembrava quello delle viscere della terra, dello spazio infinito, dello spazio tra un elettrone e un altro dentro agli atomi. Rientrai dentro alla stanza da letto e lei se ne stava di schiena, con il lenzuolo sopra al culo che oramai se ne stava scendendo. Forse con il tempo Laura non sarebbe più stata la bella donna di un tempo e sarebbe diventata mia per sempre. Stava quasi dormendo, forse nella fase rem perché le palpebre le sbattevano forte e sbatteva anche i denti. Lo faceva sempre prima di addormentarsi. Chissà se anche gli altri uomini le sapevano tutte queste cose di Laura.






mercoledì 23 dicembre 2009

Riproposta "Superamento algebrico" - di Roberta Oss

Ripropongo come anniversario tutto nostro, che scivoli via da quelli triti di questa stagione, un bellissimo racconto di Roberta Oss.


Si parte dal presupposto che l’amore non ha confini. Tale ipotesi va ricordata per tutto il racconto.


C’era un uomo, vestiva colorato, molto colorato, talmente colorato da essere malvisto. Usava il rosa, il verde pisello, il giallo. Com’è noto, superata una certa età, il buongusto non permette più colori negli abiti. Tutti erano beige, grigio, nero, bianco, marroncino…lui era fucsia, canarino, azzurro. Stava spesso solo a pensare e a ripensare al suo grande amore. Nelle vene gli scorreva un grande amore, gli irrigava il cervello ed il cuore ogni mattina. Gli dava l’energia di un giorno di cerimonie. Il suo però era un amore quasi impossibile, si vestiva colorato appunto per fare in modo che quando la sua amata lo avesse visto lo avrebbe notato...

Era innamorato del numero 4, 4 scritto in numero e non in lettere proprio per sottolinearne il concetto matematico. Aveva sempre avuto la passione per il 4, ci pensava di continuo. Di tutte le cosa faceva gruppi di 4. Trovava il 4 ovunque, nei paesaggi, nei quadri, nei volti…Uno dei primi numeri, ancor prima del 5, che è comunque un cubo, una somma, è pari e puro. L’uomo colorato amava il 4. Ma come fare per incontrarlo? Non facile. Lui, però, aveva una teoria: cambiare la dimensione. Forse, si diceva, le dimensioni sono come lastre parallele in fila. E tutto ciò che c’è al loro interno risulta da fuori come disegni di fluidi, luci e lente esplosioni in un acquario bidimensionale nel buio del nulla. Il nostro mondo, i pomeriggi visti dalla finestra che non torneranno mai, i palazzi in periferia ripetuti 4 a 4 come dejavu, i giorni, il pane lasciato sul tavolo al crepuscolo mentre la luce nella stanza scende e tutto diventa buio senza far rumore, le attese con l’ansia nello stomaco, le attese con l’ansia nel cuore, i baobab secolari su cui nascono le scimmie - 4 enormi rami, 4 scimmie su ciascun ramo -, i pensieri inutili che ti distraggono da chi vuoi essere, le molle arrugginite nei materassi delle discariche, i linguaggi incompatibili, i granchi infreddoliti sugli scogli bagnati dal mare nella notte…tutto un insieme di fluidi variopinti in una piastra trasparente allineata a mille altre, governate tutte quante da un demiurgo assente ed illuminato.

Dunque l’uomo colorato, forte della sua teoria, progettava come saltare da un acquario all’altro.

Però come fare il salto? Come si fa a saltare fuori dalla dimensione contingente? Come scindere la strategia in tattiche, e poi le tattiche in azioni?


Primo tentativo.

Si mise a bere.

Teoria. Il suo ragionamento era che stordito dall’alcol lui sarebbe saltato fuori dal suo corpo in coma etilico ed avrebbe percorso il tunnel nero verso la luce bianca, e lì in fondo, ad attenderlo, il 4 sarebbe finalmente stato suo, per fondersi poi come Dante ed il paradiso.

Pratica. Si mise a bere tristemente a casa, da solo, in cucina. Una piccola cucina silenziosa con la luce artificiale.

1, 2, 3, 4, bicchieri, la testa gli girava, poi altri 4 bicchieri… rovesciò la bottiglia, sul pavimento si disegnò rapida una macchia porpora, barcollò a fatica fino al divano. Accese la tele: il volume era altissimo e lui non ricordava più come abbassarlo, continuava a schiacciare il tasto 4. Arrivarono a suonare i vicini. Lui era livido ed interrotto. La vicina era una donna grossa, spumiglia molle con gli occhi come chiodini fissati in faccia, la bocca piccola e rossa era un rubino in fuoco pieno di parole acute ed assillanti che le uscivano dalla bocca caotiche ed aggressive come le montagne russe. Gli chiese, con la cortese spocchia del mediocre, di fare meno rumore…lui col dito al cielo e gli occhi asimmetrici biascicò qualcosa di insolente, lei aggrottò gli occhi, mani sui fianchi e bocca aperta, dunque lui più oltraggioso, e via dicendo… La conversazione andò avanti con toni sempre più accesi e ricordi sempre più confusi….

Svegliandosi il giorno successivo, in preda ad un mal di testa incomparabile, trovò la spumiglia al suo fianco: amara rinoceronta nuda e sudata, con la bocca sformata nel rosso.

Il primo –disastroso- tentativo era fallito.


Secondo tentativo.

Passi lunghi nel corridoio senza fine, l’albergo isolato in una pianura sperduta sotto le stelle silenziose. Un esercito di porte a destra e uno a sinistra, ma lo sguardo è risoluto ed il passo calcato. Un gorgo di numeri da ogni lato: sussurrano, bisbigliano, lo spiano. Ma tra tutti i numeri non c’è il 4.

Apre la porta numero 37, e dentro nulla, buio, rumore di frigo che ronza e di legno dei mobili, solo un senso di mancanza che spreme via la linfa dai muscoli; da lì sarebbero scappati anche gli spettri.

Apre l’85: una donna pallida, rugosa e scarna è seduta sul bordo di un letto da bimbo. Vestita da hostess rosso-blu succhia un enorme leccalecca fatto a spirale bianca e nera, dagli occhi della donna le pupille escono come fili di liquerizie nere che lentamente disegnano mulinelli nell’aria: la donna lo guarda, poi lei ed i suoi occhi serpe si voltano dall’altra disinteressati e tristi.

Nella 203 una famiglia di obesi, madre, padre, figlio di 8 anni e ragazza di 16, tutti grassi, disgustosamente grassi, imbalsamati in una tuta da ginnastica come protesi davanti ad un megaschermo che proietta una cascata di cioccolato fuso riverso su un maiale con il grugno cacciato in una torta alla panna. La sedicenne tonda lo guarda e sorride maliziosa, perché forse lei ha un’idea, sì lei ha un’idea, ma non succede nulla. Lui chiude la porta dietro di sé.

Stanza 93, non ci sono finestre, c’è solo una persona di schiena che salta qua e là, sembra stia ballando, ma in realtà sta scrivendo a macchina, una macchina da scrivere enorme, lunga 2 metri, poggiata sul pavimento; per scrivere una lettera bisogna calcare sul tasto (che è grande come un bicchiere) con entrambe le mani. Smette di scrive, si gira affaticato, ansimando e lo guarda. Si guardano. Ma lo scrivano è concentrato, assorto nel suo mondo, e di certo non può essere d’aiuto, così l’uomo colorato esce senza far rumore.

Stanza 132, apre la porta e quasi precipita! Baratro nella notte oltre lo stipite. La porta da sullo strapiombo, lo spazio è immenso, è come se la porta dal nulla si aprisse sul cielo cupo di un dipinto, e in fondo c’è il mare, il mare che cento metri sotto sbatte sugli scogli fragoroso. L’uomo resta in ammirazione dell’acqua, ne ascolta il rumore, il canto ripetitivo. Le stelle sono poche e la luna è un sorriso accennato. Rimane all’entrata del dipinto marino in attesa di un dolce qualcosa, odorando l’aria di mare. L’aria di mare ancora un istante, l’altalena di stelle ancora un momento. Sale umido nelle narici, evoca e trasporta lontano, ipnotizza gli atomi e chiude gli occhi. Ma l’aria cambia odore. Il sale s’intreccia al sapore di carne. Un flutto più forte degli altri. Un rumore distinto. Le onde si sfasano. Qualcosa si muove sotto la superficie, sembra enorme, immenso, emerge, una massa che sale dagli abissi. Affiora fragorosamente, il boato, il rumore che fa tremare i denti e la cassa toracica…ed ecco l’orrore, la tachicardia, il panico, superati solo dalla curiosità di vedere cos’è; cosa blocca i muscoli, la paura o la curiosità? Eccolo che arriva, l’uomo trema, sbarra gli occhi, urla. Chiude la porta di scatto, tutto finito, ora solo un corridoio silenzioso ed interminabile.

L’indirizzo dell’albergo delle Miracoli l’uomo colorato lo aveva trovato scritto sulle pareti di una cabina telefonica, la gente in generale sottovaluta le scritte che ci sono per strada.

Secondo tentativo fallito



Terzo tentativo

I due primi tentativi di arrivare al 4 avevano una cosa in comune: erano concepiti come un percorso, una ricerca dinamica, fasi successive. L’uomo immaginava che per uscire dalla sua dimensione avrebbe dovuto spostarsi, trasferirsi…risultato: fallimento. Pertanto forse la vera soluzione stava nell’immobilità, nell’ascetismo al di là dei sensi. Collassare inerti, saldati all’epilogo di sé, stanchi contro vento con le palpebre che svengono, turchese sotto gocce di assenzio che piano piano scompare in una pozza, attendere speranzosi la primavera come fa una stalagmite in Antartide. Attendere e attendere e attendere, pensando in continuazione che ormai non succederà più nulla perché è troppo che non succede nulla, ma rimanendo sempre con una specie di speranza acida nello stomaco.

Quando non c’è soluzione finché l’inferno non ti manda un angelo a cui compri un momento di evasione gioiosa in cambio del purgatorio e di una fetta di coscienza. E dunque ecco forse la soluzione: il sonno. Il sonno profondo di chi non si sveglia con il terremoto. Inabissarsi nel torpore mentale, filo d’erba risucchiato nel vortice senza pensieri.

Dunque l’uomo colorato attese la notte, abbassò le tapparelle, s’infilò il suo pigiama rosso arancio e verde e si mise a letto. L’intenzione era prendere coscienza di sé nel sonno. Svegliarsi durante il sogno, creare lì un mondo frutto della sua volontà onirica in cui attendere il 4 per il resto del tempo.

Ma era nervoso, la sua testa era popolata dalle scale di Escher e lui non ne usciva, perso nei corridoi a rincorrere il letargo. Si sciolse nelle paranoie di chi non riesce a dormire, si incastrò in riflessioni senza fuga, finì lanciato da ragionamenti sterili in pozzi neri, ed ogni volta che gli sembrava di perdere razionalità rinsaviva dall’emozione e non dormiva. Notte insonne senza futuro.

Il giorno dopo si alzò cotto con gli occhi caldi. Lavò svogliatamente i denti, a stento la faccia, si vestì (meno colorato del solito) ed andò in città: il frigo era vuoto e la fame chiamava. Prese l’autobus per qualche fermata, era pieno di gente scontata e discorsi sentiti. Scese pigro sbuffando. Che nebbia quel giorno. Si avviò verso il supermercato schivando gli sguardi. Salì le scale di pietra rosa che conducevano alla piazza principale. Guardava per terra, contando i ciottoli, 4 poi altri 4, dando poco peso alla strada, era sempre la stessa da anni.

Camminava, immerso nei suoi pensieri, disorientato, la città non gli interessava e gli sembrava quasi confusa. Alzò lo sguardo: di nuovo le scale per la piazza principale. Avanti. L’edicola, la fermata dell’autobus, la fontana fatta a conchiglia, le scale… pieno di scale, nebbia e luce ora. Rimaneva abbagliato ad ogni raggio di sole, anche se non era veramente sole…era luce. Confondeva le persone con le statue ed i rumori con le ombre. Scale e vicoli. L’edicola, la fermata dell’autobus, la conchiglia. Vide qualcuno venirgli incontro deciso: un piccolo e giallo pachiderma ciondolante con i capelli lunghi. Era la 16enne obesa dell’albergo dei Miracoli. Vestiva con un completo canarino e scarpe arancio ed era tonda, gustosamente tonda, anche gli occhioni neri erano tondi. Sorrise lenta e dolce in controluce. Gli disse che all’albergo dei Miracoli, se voleva c’era una stanza tutta per lui, perché sapevano tutti che aveva perso il sonno quella notte, ed in quella stanza avrebbe dormito bene…la numero 4.

L’uomo non se lo fece dire due volte.

Seguì la ragazza. Prima per strada; poi si addentrarono attraverso una specie di vicolo, sbucarono e trovarono scale, scale infinite, sovrapposte e disordinate. Luce bianca nella nebbia, abbagliante, corridoi, chiocciole e vicoli dalle alte pareti, il bianconiglio era un canarino gigante, che muoveva lento come una ninnanna, una nenia ripetitiva come il dondolare di una culla…ma che percorso strano quello…a seguire un ombra gialla nel niente…con riverberi che occultano la vista…e foschie indulgenti…le scale ed il dondolare….si stava realmente muovendo? Chiamò la ragazza che procedeva senza sosta, lei si girò e sorrise, era piena di piume dorate ora ed il suo sorriso era sormontato dalla sua proboscide elefantiaca, ma era molto dolce e aveva negli occhi la luce e la spirale. L’uomo, quindi, non si oppose e continuarono il percorso. Quant’è bella un’ossessione per chi ne ha una, solo chi non ne ha mai avute pensa che sia da malati. Quanta compagnia fa un’ossessione, c’è solo lei splendida nella notte, grande come il mare, ripetitiva ed infinita come le sue onde. A cos’altro puoi giurare fedeltà sinceramente.

D’un tratto la guida si fermò: disse all’uomo che doveva proseguire da solo e volò via gracchiando sgraziata, perdendosi nella foschia.

Era solo, nel nulla di una pianura di sabbia. Il cielo era biancoarancio nebbioso. All’orizzonte in lontananza si vedevano strane cose volare nell’aria, come goffi scatoloni di metallo con le ali, ed esplosioni, erano bombe o fuochi d’artificio? Si accorse che avrebbe potuto sceglierlo lui, si accorse che stava sognando…sognava cosciente. Inaspettatamente all’orizzonte vide una nave arrivare verso di lui. La prua d’oro e le vele rosse e leggere come papaveri, cascate di papaveri che occhieggiavano al vento. Solcava le sabbie lentamente. Si avvicinava e non arrivava mai.

L’uomo sentì d’un tratto qualcosa come un urlo sott’acqua, ma lì per lì gli sembrò solo nelle sue orecchie. La nave era ferma davanti a lui. La polena lo guardava, la polena era un piccolo baobab nodoso da cui emergeva il volto di una giovane donna, ed era stata la polena a fare quell’urlo, ora cantava soavemente acuta.

Lui era immobile attendeva chi doveva scendere dalla nave, sentiva un vagone delle montagne russe in fiamme che dallo stomaco gli correva in gola e ritorno. Sentiva le vene pettinarsi dalla tensione.

Scese dalla nave il 4. Scese dalla nave il 4. C’era, davvero, c’era. Il 4 che scende da una nave che solca il deserto è proprio così come uno se lo immagina. Si guardano. E ancora si guardarono.

Lui si perse negli occhi del numero e tutto si fece vortice attorno…un istante dopo erano nella stanza numero 4 dell’albergo dei miracoli. Era una stanza da letto di un albergo tedesco, tutto in legno di ciliegio e tendine rosse e bianche. E i due amanti l’uno di fronte all’altro si lasciarono finalmente andare, nell’incredulità del 4, che da anni cercava quell’uomo colorato saltando da una dimensione all’altra.

Epilogo

L’uomo colorato si svegliò e la tristezza lo prese, era sveglio, dunque non più in contatto con l’amata…

Si accorse però che era sveglio in un letto di ciliegio, e che qualcuno dormiva al suo fianco. Scostò le coperte, e trovò il 5, il 4+1, il 5 è un 4 incinta tutto sommato con una grossa pancia gravida davanti. Perché come se diceva all’inizio, si parte dal presupposto che non ci siano limiti all’amore.


Roberta Oss