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domenica 8 novembre 2009

una notizia, in meno.

Flavia Pennetta ha dato il punto della vittoria all'Italia del Tennis. Mauro Corona e Belen fermati senza patente. Trentino BetClic campione del mondo di pallavolo. Calcolati i giorni persi all'anno nel traffico.
Sono tutte notizie che non ci interessano. Servono solo ad aumentare i contatti del blog. Come la foto, è chiaro. Se ci siete cascati cercandole benvenuti. Quello che ci interessa invece è che il periodico Diario di Enrico Deaglio chiude, per mancanza di fondi. Una voce libera in meno, e chissà quanto notizie che ci interesserebbero davvero che non sapremo mai.

sabato 7 giugno 2008

Mia nonna è un’astronave




Paura.
Mi fa molta paura l’idea di ridurmi così.
Appoggiata come un vecchio straccio su una sedia a rotelle.
Guardando il mondo da un vetro.
Undic’anni di albe e tramonti sottovuoto.
Mani nodose, anche accartocciate.
Anche oggi l’impresa è attraversare lo stuoino.
Prima un piede e dopo l’altro, per approdare, sfiancata e tremolante, alla sedia di cucina.




- Guarda che roba, sono tutta un livido. Ieri sono caduta in corridoio. Il sangue macchiava il pavimento, tutti si agitavano e Giovanni che si affannava su di me, per farmi rialzare, ma il mio corpo non rispondeva. Sembravo un cadavere, accoccolata lì in un angolo, il fiato mozzo per la botta alle costole, che sono già incrinate…



Ti vedo, sì. Aggrappata alla vita – a morderle la coda, nervosamente. Sbatacchiata fra i flutti dei pensieri e dei ricordi, in attesa della morte. Così stanca da non opporvi più nemmeno resistenza. Anzi, l’attendi come una benedizione.
Come un sollievo alla tua inutile stanchezza rivestita di pelle sottile.
Difficile da amare: sei uno specchio perturbante che farei a meno di guardare.

- Non ne posso più. Ieri notte non riuscivo a dormire. Mi venivano in mente dei ricordi, la testa andava per conto suo…. Dei ricordi, di quando da bambina aiutavo la mia zia, quella che faceva la sarta. E poi c’era quel napoletano, che aveva buttato la giacca dal quinto piano…



La pubblicità delle creme anti-age è ingannevole. Farei bene a risparmiarli, i miei soldi, per pagare chi asciugherà le mie bave e si sorbirà il mio alzheimer.
Siamo in attesa di abdicare.
Tutti.
Al nostro corpo. Ai nostri progetti; alle nostre forze e all’ultimo voto.
Forse rimpiango l’800 – quando, - mi dicono -, l’anziano era un saggio da ascoltare e le vecchie cardavano la lana insegnando a ricamare.
In una mano il paiolo, nell’altra la staffetta della vita.

- Che alternativa mi rimane? Glieo dico sempre, a Giorgio, di venirmi a prendere. Ce ne dovevamo andare insieme. Oramai non ho più nessuno…. Solo due cugine, anche loro vedove. Sandra, basta che trovi da giocare a carte e lei è contenta così. E sì che io ero sempre allegra, avevo la battuta pronta.

Vorrei fuggire, prima che sia tardi. Mettere l’oceano fra me e l’alzheimer, o chissà quale altro morbo che mi incancrenirà l’esistenza, impedendomi la fuga.
Conosco un posto. Un piccolo villaggio di pescatori...
Se non posso invecchiare al volante di un'astronave utilitaria, con i miei capelli blu, voglio che i miei occhi si spengano al tramonto – che le onde lambiscano i ricordi placando il dolore. Che le mie ceneri si disperdano con il volo di un gabbiano.

martedì 3 giugno 2008

Per non dimenticare la Primavera di Praga


Nel 40° della Primavera di Praga
vi ripropongo



Torce umane
Il Museo del comunismo
http://www.muzeumkomunismu.cz/ è in pieno centro a Praga. Pare sia unico al mondo. Sta sopra un Mc Donald, a lato di un casinò, vende magliette griffate ed ha un bookshop. Aperto nel 2001 (o 2002?) da un imprenditore americano, titolare di negozi di bagel ebraiche a Praga, è un business in piena regola. Fortemente di parte. Un po’ scarno, superficiale e propagandistico. Induce a pensare quanto si sta bene nel capitalismo mostrando alcuni aspetti aspri e corrosivi del comunismo; propaganda tipica da americano medio. E io che quasi temevo che mi avrebbero chiesto nome e cognome, all’acquisto del biglietto... Ponf! Schedata… (e adesso chi ci torna, in Italia, mo’ che risorge anche il Berlusca?)



Da sempre subisco uno strano fascino per i Paesi comunisti (ora ex); immagino aurore orwelliane, una patina grigia che avvolge segreti, squallore e sudore timoroso, strisciando fra le pareti di casermoni sovietici. Mi rammarico di non averne visitati quando era ancora spessa e pesante la cortina di ferro. Di un lontano viaggio in Jugoslavia riaffiorano al ricordo solo un bellissimo bambino biondo, un lampione minaccioso nel temporale e cioccolata con vermetti bianchi sugli scaffali semivuoti di un negozietto chissà dove. Poiché sono assai ignorante in storia e politica, certamente molte cose mi saranno sfuggite, nel museo.


Ma certo non sono sfuggita io all’angosciante e ferocemente raggelante sguardo di Jan Palach http://www.janpalach.com/, studente di 21 anni che nel 1969 si diede fuoco in piazza S. Venceslao per protesta contro il comunismo: una foto verdastra ne ritrae il viso bruciato, le palpebre - socchiuse e senza ciglia – lo fanno sembrare ancora vivo, in attesa sotto il lenzuolo. Sembra guardarti e interrogarti: lo cogli, il senso del mio gesto? Tu, che giungi ora dalla strada, alle 20.03 del 17 febbraio 2008, lo cogli il senso del mio gesto? Dimmi che ha avuto un senso. E che non sono morto invano. Che questo mondo è cambiato. E che non mi ha dimenticato.



Il suo viso mi ha strappata al sonno, alle 2 di notte. Sola nella stanza d’albergo, proiettavo nel buio la paura: la paura di morire, di una morte assurda, di un mondo che cambia, la paura di non aver capito, di non meritare la sua morte. Oppure, forse, di capire e dover quindi, inesorabilmente, condividerne le scelte? Induceva un timore fosforescente, scalpitante. Per me, abituata a osservare e condannare gli effetti collaterali del capitalismo, di cui mi pascio e in cui pecco,


per me che fallisco reiterati tentativi di resistervi, è inconcepibile leggere con occhi praghesi post-comunisti le scritte inglesi e le catene di franchising, assaporare gli hamburger e mescolarmi ai turisti ficcanaso.



Avrei voluto parlare con qualcuno, chessò, un ex poliziotto del regime. Capire come si è tolto la divisa, scivolando in una vita occidentale. Se la famiglia, i vicini di casa, gli ex colleghi lo hanno insultato, rinnegato, invidiato. Invece, ho raccolto solo un paio di commenti di giovani praghesi. Troppo giovani per sapere o ricordare. Il resto, lo posso solo immaginare.. cercando di spiegarmi perché, lontano dal centro, sola e disorientata in una città di cui non conosco neppure l’alfabeto, i praghesi più anziani che cercavo di fermare chiedendo informazioni in inglese, mi sfuggivano, si schernivano, fingevano di non avermi visto, sentito, capito. Si narra che nell’era comunista fosse reato non denunciare sospetti di sovversione e tradimento. Il mio primo pensiero è stato che i passanti fossero ancora intimoriti; che ancora oggi non si fidino, non vogliano essere visti, fermati, notati, riconosciuti. Che forse una sverniciata occidentale di Zara, Benetton e Bata, può fornire un comodo nascondiglio dove cullare sogni, ansie e timori mentre annusi l’aria per capire come, ancora, cambierà questo mondo. Se veramente la censura è scomparsa, se vale la pena mettersi in gioco, seguire la storia, abbracciare il cambiamento. Barattando magari una morte da torcia umana con uno schianto da Saturday Night Fever al volante di una ruggente auto fiammante. O è preferibile una moderna overdose?

martedì 19 febbraio 2008

Torce umane

Il museo del comunismo http://www.muzeumkomunismu.cz/
è in pieno centro a Praga. Pare sia unico al mondo.
Sta sopra un Mc Donald, a lato di un casinò, vende magliette griffate ed ha un bookshop. Aperto nel 2001 (o 2002?) da un imprenditore americano, titolare di negozi di bagel ebraiche a Praga, è un business in piena regola. Fortemente di parte. Un po’ scarno, superficiale e propagandistico. Induce a pensare quanto si sta bene nel capitalismo mostrando alcuni aspetti aspri e corrosivi del comunismo; propaganda tipica da americano medio. E io che quasi temevo che mi avrebbero chiesto nome e cognome, all’acquisto del biglietto... Ponf! Schedata… (e adesso chi ci torna, in Italia, mo’ che risorge anche il Berlusca?)


Da sempre subisco uno strano fascino per i Paesi comunisti (ora ex); immagino aurore orwelliane, una patina grigia che avvolge segreti, squallore e sudore timoroso, strisciando fra le pareti di casermoni sovietici. Mi rammarico di non averne visitati quando era ancora spessa e pesante la cortina di ferro. Di un lontano viaggio in Jugoslavia riaffiorano al ricordo solo un bellissimo bambino biondo, un lampione minaccioso nel temporale e cioccolata con vermetti bianchi sugli scaffali semivuoti di un negozietto chissà dove.

Poiché sono assai ignorante in storia e politica, certamente molte cose mi saranno sfuggite, nel museo. Ma certo non sono sfuggita io all’angosciante e ferocemente raggelante sguardo di Jan Palach http://www.janpalach.com/, studente di 21 anni che nel 1969 si diede fuoco in piazza S. Venceslao per protesta contro il comunismo: una foto verdastra ne ritrae il viso bruciato, le palpebre - socchiuse e senza ciglia – lo fanno sembrare ancora vivo, in attesa sotto il lenzuolo. Sembra guardarti e interrogarti: lo cogli, il senso del mio gesto? Tu, che giungi ora dalla strada, alle 20.03 del 17 febbraio 2008, lo cogli il senso del mio gesto? Dimmi che ha avuto un senso. E che non sono morto invano. Che questo mondo è cambiato. E che non mi ha dimenticato.

Il suo viso mi ha strappata al sonno, alle 2 di notte. Sola nella stanza d’albergo, proiettavo nel buio la paura: la paura di morire, di una morte assurda, di un mondo che cambia, la paura di non aver capito, di non meritare la sua morte. Oppure, forse, di capire e dover quindi, inesorabilmente, condividerne le scelte? Induceva un timore fosforescente, scalpitante.

Per me, abituata a osservare e condannare gli effetti collaterali del capitalismo, di cui mi pascio e in cui pecco, per me che fallisco reiterati tentativi di resistervi, è inconcepibile leggere con occhi praghesi post-comunisti le scritte inglesi e le catene di franchising, assaporare gli hamburger e mescolarmi ai turisti ficcanaso.

Avrei voluto parlare con qualcuno, chessò, un ex poliziotto del regime. Capire come si è tolto la divisa, scivolando in una vita occidentale. Se la famiglia, i vicini di casa, gli ex colleghi lo hanno insultato, rinnegato, invidiato.
Invece, ho raccolto solo un paio di commenti di giovani praghesi. Troppo giovani per sapere o ricordare. Il resto, lo posso solo immaginare.. cercando di spiegarmi perché, lontano dal centro, sola e disorientata in una città di cui non conosco neppure l’alfabeto, i praghesi più anziani che cercavo di fermare chiedendo informazioni in inglese, mi sfuggivano, si schernivano, fingevano di non avermi visto, sentito, capito.
Si narra che nell’era comunista fosse reato non denunciare sospetti di sovversione e tradimento. Il mio primo pensiero è stato che i passanti fossero ancora intimoriti; che ancora oggi non si fidino, non vogliano essere visti, fermati, notati, riconosciuti. Che forse una sverniciata occidentale di Zara, Benetton e Bata, può fornire un comodo nascondiglio dove cullare sogni, ansie e timori mentre annusi l’aria per capire come, ancora, cambierà questo mondo. Se veramente la censura è scomparsa, se vale la pena mettersi in gioco, seguire la storia, abbracciare il cambiamento. Barattando magari una morte da torcia umana con uno schianto da Saturday Night Fever al volante di una ruggente auto fiammante. O è preferibile una moderna overdose?